Cioè, 4 anni di governo con la Casaleggio associati?


La lista di quelli che con tutti i distinguo possibili e immaginabili si schierano a favore della nuova maggioranza ‘uscita dal tabellone’ lo scorso mercoledì 13 agosto si va sempre più allungando: basta guardare la homepage dell’Huffington Post ogni ora. Ultimo in ordine di tempo mentre stiamo scrivendo è Vasco Errani.

Non importa come chiamarlo: accordo di largo respiro (Delrio), lodo Bettini, governo di legislatura o di scopo o di responsabilità, in versione oltralpe alla Gozi o in odor di corbynismo purché composto da intellettuali e tecnici come auspica Paolo Flores d’Arcais. Un classico peraltro, questo, della storia recente: l’immatura Italia sempre bisogno di esperti-non-politici pare avere.

A dar voce all’opzione ‘della responsabilità’ sono riemersi anche nomi forti di una gloriosa tradizione che erano quasi andati scomparendo quali Vincenzo Scotti e Pierferdinando Casini.

Non dilunghiamoci ancora sulla teoria istituzionale per riaffermare che la sovranità popolare risiede nella costituzione e si esprime attraverso il Parlamento. Chiaro. L’Italia è (ancora) una democrazia in cui è il Parlamento a decidere.

Il nodo, va da sé, è politico.

Per scegliere se forzare l’interpretazione finora prevalente delle ultime elezioni politiche e, in barba a quanto finora professato, andare a formare un governo con i ‘fu odiati’ pentastellati – come un Razzi qualsiasi insomma – bisogna interrogarsi sulla sostanza ideologica del M5S. La risposta più razionale e moderata potrebbe sembrare quella di Gianni Cuperlo che, riprendendo la tradizione e la retorica delle decisioni partecipate, suggerisce di ‘chiederlo alla base’. Nulla da eccepire; ma da chi sarà composto il corpo chiamato a esprimersi? Iscritti, attivisti o semplici simpatizzanti? Gli stessi che hanno partecipato alle primarie? Come distinguerli? In quali tempi? La decisione sarà vincolante? Non si rischia di rafforzare il doppio binario del partito che consulta il suo ‘popolo’ soltanto quando non riesce a decidere?

Lo stesso paternalismo del ‘fermiamo i barbari’ – peraltro in evidente ritardo – che, a parte poche eccezioni, si sta rafforzando dentro e attorno al PD è una scelta ideologica. Parola questa che forse è stata espunta dal dibattito del partito, come se appunto a furia di sostenere che non esistono più le ideologie la sinistra italiana avesse perso perfino la capacità di riconoscerne una anche quando le si paventa davanti in tutta la sua potenza: quella populista.

Senza avventurarci in noiose disquisizioni accademiche sulla differente natura del M5S e del leaderismo razzista-populista della Lega, limitiamoci qui a tornare ai fondamentali. Si tratterrebbe di fare un governo con chi, per citare soltanto la prima ‘baggianata’ che ci viene in mente, rifiuta i vaccini. Spieghiamoci meglio: si tratterebbe in altre parole di condividere, organizzare e coordinare politiche comuni in difesa della democrazia con chi – noi non ce lo siamo dimenticati – considera la democrazia parlamentare ‘superata’ (citazione).

Ma ne siamo proprio sicuri?