Sempre i soliti esterofili …


Ci eravamo lasciati l’anno scorso coi gilets jaunes e inauguriamo il nuovo anno de laquartarepubblica.it con i gilet gialli (versione italiota) sui quali, questa la novità, Luigi Di Maio spera di appiccicarci le sue cinque stelle. Del resto, il colore giallo, sempre quello è.

La ratio dell’appello fatto al movimento di protesta francese che negli ultimi mesi sta agitando il paese, e in alcuni casi con episodi di violenza ingiustificabili, è chiara. Forse, più che un tentativo di creare un fronte comune per le prossime elezioni europee, come è stato interpretato – in questo caso non va dimenticato che andrebbe individuato un referente che al momento non sembra esserci – a noi pare al contrario un tentativo di opporre alle ruspe e ai forconi di Salvini una versione à la française della protesta, più cittadina e gauche e dall’aura nostalgica sessantottina come la si vede nei film, allo scopo di reintegrare quell’immagine populista ‘di sinistra’ ormai persa. Una strategia elettorale tutta interna, insomma.

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Fra ‘fascisti liberali’ e ‘sovranisti socialisti’ riprendiamoci il senso storico delle parole


La ricerca di nuove definizioni politiche è una delle specializzazioni della politica italiana. Esistono sempre o un neologismo, preso spesso all’estero, o un’espressione storica appiccicata acriticamente al nostro tempo utilizzati per segnalare il tasso di novità e di modernità dell’ultimo leader o dell’ultimo progetto: da ‘rottamare’ ai ‘giovani turchi’, da ‘rivoluzione liberale’ a ‘uno vale uno’, da ‘narrazione egemonica’ al ‘diritto alla felicità’, ultimo questo, in ordine di tempo, riapparso sabato scorso all’Assemblea del PD, rubato dal frasario standard del berlusconismo delle origini e che a sua volta aveva già traslocato nel linguaggio dei primi ‘cinquestelle’. Forse anche per questo motivo – tutto così sterilizzato fra chi ricorda meglio le ultime iperbole della lingua – che secondo Youtrend il 35% degli italiani non parla mai di politica. Un dato che tutto sommato spiegherebbe la tendenza in crescita di chi decide di non esprimersi alle elezioni.

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La presa del ‘balcone’ di palazzo Chigi


La manovra del popolo (anzi del Popolo con la maiuscola) non è stata festeggiata a piazza del Popolo. Ma da un balcone.

A parte il fatto che si tratta, molto probabilmente, del primo caso nella storia italiana in cui si è festeggiato un Documento di Economia e Finanza, e già questo di per sé meriterebbe una riflessione, nondimeno il perché del balcone, il motivo per cui è stata orchestrata una marcetta di parlamentari eccitati sventolanti bandiere e confluiti a piazza Colonna, questo episodio insomma, forse vale qualche parola.

Archivio Centrale dello Stato
@Repubblica.it

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Il sovranismo ipersemplificato del blob giallo-verde


Il metodo più efficace per raccapezzarsi nel magma in sobbollizione della politica italiana, soprattutto in una fase di transizione come quella che stiamo vivendo, è quello di decostruire l’insieme, separare le varie e differenti questioni e affrontare l’analisi di ogni problema singolarmente. Finora abbiamo tentato di dare senso a quello che sta avvenendo in questo modo: guardando alle posizioni delle due forze di governo e confrontandole, cercando di individuare chi fosse il più aggressivo o chi rappresentasse la continuità col sistema precedente. Da ultimo ci chiedevamo cosa pensasse il presidente del Consiglio visto che è evidente a tutti quanto il ‘professore in aspettativa’ non conti una ‘beata fava’.

Risultato: abbiamo sempre avuto l’impressione di essere un passo indietro, in affanno nel capire il quadro complessivo, incapaci di afferrare completamente la portata dell’involuzione.

Questa volta dunque abbiamo deciso di affrontare il blob giallo-verde tutto insieme e di farci completamente assorbire dalla melma. Tutta. La fotografia che ne è uscita non è rassicurante.

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Le ‘date’ e la sciatteria al governo


Che il presidente del consiglio si sia confuso con le date già lo sappiamo. Quanto sia grave non lo ripetiamo. In realtà, l’errore più incredibile che ha fatto non è stato tanto dimenticarsi della guerra civile, delle stragi nazifasciste, della lotta partigiana, della fuga del re, dell’azione degli Alleati e del contributo statunitense (che in ultima istanza significa dimenticarsi della Costituzione sulla quale ha prestato giuramento, ndr). Piuttosto è l’aver lasciato intendere che il miracolo economico sia iniziato il 9 settembre 1943 l’affermazione che lo avrebbe fatto bocciare. Un po’ come quegli studenti che nel ripassare gli appunti per l’esame di storia contemporanea dividono tutto in due grandi macro-periodi: prima e dopo la seconda guerra mondiale, tanto il prof chiede sempre quello.

Sciatteria al governo insomma.

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La democrazia della connessione della Casaleggio associati


Ce lo stavamo proprio chiedendo qualche giorno fa dove fosse finito e cosa stesse facendo. Passata l’estate a commentare ogni peto sovranisteggiante del ministro degli Interni fatto dalla battigia o a Pontida, e a sogghignare sulla ridicola rincorsa che gli altri, i superstiti del M5S, hanno tentato – le performance di Di Maio e Di Battista alla Festa del Fatto potrebbero indicare che ormai hanno il fiato corto – c’eravamo insomma dimenticati di lui e, soprattutto, della sua nota s.r.l.

Lunedì, però, Davide Casaleggio ha riaperto la stagione politica dopo la pausa estiva e, per chi vuole capire, ci ha ricordato veramente dove si gioca la partita. In un post sull’organo ufficiale del M5S, il blogdellestelle, il nostro ha proferito il suo verbo illuminandoci sul futuro della democrazia. Tutte, non solo quella italiana. Ma non aveva detto che lui era un semplice imprenditore? che non si occupava di politica? Tant’è.

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Banche, gay, ebrei o musulmani?


Nel manuale dell’apprendista ‘capo populista’ dopo i capitoli Individuare un nemico debole e Fare propaganda sempre e comunque anche quando si va al ‘cesso’ segue quello dedicato allo scontro con le istituzioni (che teoricamente egli rappresenta, ma questo è un dettaglio). L’obiettivo è dimostrare come la burocrazia e la presunta lentezza della prassi democratica blocchino il cambiamento.

La vicenda della Diciotti è un perfetto caso da manuale, offre l’occasione per uno scontro con la Guardia Costiera, che tanto non viene esattamente considerata una forza militare e che quindi non appanna il testosterone da Steven Seagal dell’apprendista ‘capo populista’; offre pure lo spazio per uno scontro con l’Europa, che va sempre bene. E infine un grande classico per l’Italia: la rissa con la magistratura, che ‘fa un po’ nostalgia’. Naturalmente, l’attacco al Colle ne è il corollario.

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Desalvinizziamoci tutti


Pare sia diventato normale citare Mussolini. Anzi, pare sia bene farlo nel giorno del suo compleanno. Coincidenza; forse. Non le parole esatte, ci hanno informato i più pignoli come se questa cosa ne diminuisse la gravità. Il senso chiaramente è lo stesso. Citare il Duce in Italia nel pieno di una escalation di atti di violenza razziale non è come riportare le parole di Napoleone o Metternich o Fabio Volo o Silvio Muccino. È repellente. È pericoloso.

Inutile infatti sottolineare quanto eversiva sia questa scelta esplicita del ministro della Repubblica italiana, quella repubblica nata dalla lotta antifascista, giusto per ricordare le cose come stanno. Potremmo chiederci se quei cinquantamila che hanno messo un like e un cuoricino sul tweet disgraziato di Salvini abbiano riconosciuto la fonte. Certo che no. Semplicemente avranno pensato che fosse una frase proprio ‘figa’, da vero capo. Forse più interessante sarebbe sapere quanti di quei cinquantamila sono persone vere che fanno le file alla posta e pagano le tasse, e non account falsi creati per autoalimentare la bolla del consenso salviniano. Ma questo è un altro problema.

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Possibile che sia sempre colpa di D’Alema?


Prendersela con Massimo d’Alema è un po’ come sparare sulla croce rossa. Non siamo certo alle vette di Andreotti – inarrivabili – e nemmeno al livello di Renzi, il cui principale delitto politico è stato quello di essere un corpo estraneo, uno che non c’entrava insomma con la fantomatica tradizione della sinistra. O almeno che non c’entra più, perché quando vinceva ne faceva parte eccome.

Ma l’intervista rilasciata al Huffington Post il 10 luglio ha scatenato gli istinti profondi e beceri dell’indignato web-lettore ‘di sinistra’ (pentastellato o no). Come se fosse decisivo per le sorti del paese sapere cosa pensa D’Alema, sapere cosa avrebbe fatto lui, come interpreta la situazione. Da un certo punto di vista, la fissazione con D’Alema è sintomo della crisi stessa. Leggi tutto “Possibile che sia sempre colpa di D’Alema?”

La provincia rossa era già morta ben prima del renzismo


Tutti oggi a scrivere la fine della provincia rossa, la morte del modello di buon governo emiliano-romagnolo e toscano, la scomparsa delle zone rosse, il fallimento del PD, l’annientamento della sinistra di governo, la traversata del deserto, l’estrema unzione, la pietra tombale. Ognuno si scelga la sua. Le battute, poi, si sprecano.

La colpa è di Renzi e della sua casta affaristica, dell’immobilismo del partito, delle lotte interne, delle scissioni personalistiche, della brama di potere, dell’attaccamento alle poltrone. Quella più fantasiosa in questo deprimente gioco al massacro è ‘la falsa coscienza neoliberale che ha spinto la classe dirigente del PD a dimenticarsi del popolo’: una melassa di parole-chiavi ‘di sinistra’ in versione Twitter.

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