La Lega, i libri e il fascismo*

di Andrea Mammone (Royal Holloway, Univ. of London) @Andrea_Mammone 


In un’era caratterizzata dal ritorno dell’etnonazionalismo anche la più antica istituzione accademica d’Europa, l’Università di Bologna, deve fare i conti con le critiche demagogiche dell’estrema destra. I rappresentanti della Lega hanno presentato un’interrogazione alla Giunta regionale contro il volume La Lega di Salvini. Estrema destra di governo, di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (pubblicato da Il Mulino), che è fra i libri consigliati in un esame nel dipartimento di Scienze Politiche. Tra le ‘gravi affermazioni’ contenute nelle sue pagine, alcune preoccupano non poco i leghisti: in particolare, il leader ex camicia verde, oggi in felpa, porterebbe avanti ‘un messaggio di radice eversiva con tratti fascisti, che richiama i tempi bui dell’Europa del Novecento, ma anche la segregazione razziale in Sudafrica’, mentre il loro partito (ex regionalista) sarebbe diventato di ‘estrema destra, con tratti razzisti, xenofobi, politicamente e socialmente violenti’. Se l’argomento non fosse tremendamente serio si potrebbe ridere sull’idea dei leghisti di applicare le ‘politiche di antidiscriminazione della Regione […] per gli studenti che si sentono politicamente affini alle posizioni del partito’. I giornali semi scandalistici vicini al movimento sono ovviamente diventati il megafono di tale indignazione.

Max Rossi – Reuters

Sebbene questa storia possa sembrare paradossale, essa mostra appieno l’antipluralismo e l’allergia verso il mondo intellettuale della destra estrema. È evidente come dal Brasile all’Italia sia in atto un tentativo di influenzare l’opinione pubblica e l’agenda culturale anche attraverso lo smantellamento o lo stravolgimento dei fini e dei contenuti dell’istruzione pubblica. Il depotenziamento delle università passa attraverso una progressiva diminuzione del numero degli studenti inserendo materie e percorsi professionalizzanti fin dalle scuole superiori e proponendo la cancellazione o marginalizzazione delle discipline umanistiche o di qualche scienza sociale. Alla stessa maniera, si cerca di tagliare i finanziamenti ai festival o alle biblioteche, sperando magari di influenzare le attività culturali delle stesse. Silenziare o bandire libri accademici basati su dati e riflessioni scientifiche o mettere in dubbio la libertà dell’insegnamento fa parte di questa strategia. Il progetto è quello di mettere il bavaglio alle voci libere e al pensiero critico e, quindi, a ogni possibile forma di opposizione sociale e culturale.

Quest’approccio autoritario e antilluminista è sintetizzato nell’idea che i leghisti dell’Emilia-Romagna hanno del concetto di libertà e istruzione: ‘I professori, in qualità di dipendenti pubblici sono tenuti a un dovere di lealtà verso lo Stato, indipendentemente da quale forza politica lo governi, e le sedi universitarie non dovrebbero essere luoghi di propaganda politica e, nel caso in questione, antipartitica’. A questo dovremmo rispondere che stato e governo sono due entità distinte, che non esistono le monografie ‘contro’, che la critica si fa su basi scientifiche, che da anni la Lega viene considerata dalla maggior parte dei media stranieri e degli studiosi dell’accademia internazionale come una forza di estrema destra e, infine, che i giuramenti di obbedienza sono il brutto ricordo di epoche passate. Quest’ultimo punto introduce il fattore ‘F’, spesso tabù in Italia.

È essenzialmente uno spostare le lancette dell’orologio agli anni del fascismo. Certe dichiarazioni o atteggiamenti sono, infatti, sintomatici di una comprensione difficile della democrazia e di un approccio quasi autoritario. Quando intellettuali e docenti devono conformarsi all’ideologia dei manovratori del potere significa che cambiamenti poco liberali sono in atto nel regime politico.

Questa è, tuttavia, anche una delle sfaccettature della società immaginata dalla destra nazionalista e xenofoba contemporanea. Non è solo il costruire muri, il rigettare i valori non occidentali, l’appropriarsi della tradizione cristiana in funzione anti-Islam e antiprogressista, la pretesa di purezza etnica e i privilegi solo per i cittadini nazionali e bianchi. In un contesto autoritario e fascistizzante la liberta di pensiero e l’autonomia accademica sono accettabili solo se compiacciono il potere. Quella della Lega è una visione antimoderna e regressiva della società, ma quanto dista dalla democrazia illiberale che Orban sta implementando in Ungheria?

Il tutto è anche perfettamente in linea con quell’idea di comunità chiuse e pure (‘noi contro loro’, amici e nemici) che la destra ha sviluppato fin dagli anni tra le due guerre. Il problema oggi è che l’ultranazionalismo, l’estremismo di destra e il razzismo sono stati normalizzati e legittimati, oppure mascherati da slogan o concetti come patriottismo, sovranismo, ‘Prima gli Italiani o Francesi o Tedeschi/, ecc., fino al post-ideologico nazional populismo.

Eppure, l’attacco ai libri, la credenza che la Lega non sia un partito estremista, il linguaggio xenofobo che non risparmia neanche i bambini, le braccia tese a salutare il Duce e i raduni a Predappio mostrano alcune specificità italiane. Siamo il paese che ha inventato la parola fascismo, che ha conosciuto quelle coalizioni dei ‘moderati’ di Berlusconi che hanno fatto artificialmente sparire la parola ‘destra (estrema)’ dal discorso pubblico e dove nessuno più si stupisce se i nipotini di Mussolini sono candidati al parlamento europeo (immaginate se una cosa simile avvenisse in Germania). Siamo anche la nazione nella quale Paolo Berizzi, giornalista de La Repubblica, vive sotto scorta, forse unico in Occidente, perché minacciato da gruppi neofascisti e di ultras a seguito dei suoi articoli e, ancora una volta, di un libro dal sottotitolo molto attuale: Viaggio in un paese che si è riscoperto fascista (Baldini e Castoldi). Questo, giova ricordarlo, avviene nel 2019 e non nel lontano 1919 (anno di nascita dei primi fasci). Le ultime minacce sono di fine marzo, alle quali Berizzi risponde con un’ulteriore denuncia: ‘Purtroppo le frange estreme da qualche tempo si sentono coperte dall’alto. Hanno trovato una insperata legittimazione istituzionale e tutto questo è molto inquietante’.

Vale la pena stupirsi? In fin dei conti, lo scorso anno l’anniversario delle leggi razziali antisemite promulgate dal fascismo è passato in sordina, mentre alcuni giornalisti, che a fatica passerebbero un’interrogazione di storia, si affrettavano a invitare i fascisti del terzo millennio in televisione perché, partecipando alle elezioni, erano apparentemente diventati democratici. Forse passata la sbornia e finiti i presunti avversari su cui scaricare colpe, fallimenti e problemi, i media e l’opinione pubblica valuteranno con maggiore criticità i proclami fascio-razzisti e quelli demagogici. Al momento siamo, tuttavia, sprovvisti di efficaci e rapidi antidoti. Se, quindi, si finisce per accettare il disprezzo per gli organi di controllo e il pregiudizio etnico, attaccando, al tempo stesso, libertà intellettuale, ricerca accademica e insegnamento universitario, potremmo vedere la penisola diventare la prossima democrazia illiberale del vecchio continente. La storia, quella vera, ci insegna, infatti, che i sistemi democratici non si trasformano in qualcosa di differente solo attraverso i colpi di stato. A volte bastano le elezioni, i parlamenti, le leggi, la ricerca di una forte leadership e un subconscio collettivo minato dalle paure, rabbie, frustrazioni e immaginari nemici.

 

*Questo testo revisiona ed espande un articolo apparso su The Independent.

Andrea Mammone è un visiting fellow nel Robert Schuman Centre dell’Istituto Universitario Europeo e un docente di storia dell’Europa presso la Royal Holloway, University of London. Ha scritto sui maggiori media italiani e internazionali oltre ad aver pubblicato sette volumi su nazionalismi, destre e politica contemporanea.