È la volta dell’internazionale sovranista?

 

di Marta Lorimer (LSE) @_mlorimer  


Le elezioni europee di maggio 2019 sono già viste da molti come un momento di cambiamento negli equilibri continentali. Mentre il Partito Popolare Europeo (PPE) e i Socialisti (PSE) sono dati in calo, i partiti delle varie galassie della destra radicale europea sembrano avere il vento in poppa.

Negli ultimi mesi, i giornali italiani e internazionali hanno cominciato a prestare più attenzione ai loro movimenti, occupandosi soprattutto dei tentativi di creare una nuova ‘internazionale nazionalista’. In particolare, molti hanno notato gli sforzi di Matteo Salvini per stabilire una rete di partiti che condividendo idee e progetti possano poi confluire in un gruppo politico sovranista all’interno del parlamento Europeo. Queste manovre sono state interpretate come un assurdo tentativo di unificazione da parte di gruppi nazionalisti: una contraddizione in sé. Questa valutazione non è, tuttavia, del tutto esatta.

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Il tentativo di Salvini e di altri leader come Marine Le Pen di creare un gruppo di partiti di destra radicale all’interno del parlamento europeo non è inedito. Già nelle prime elezioni del 1979, ad esempio, il Movimento Sociale Italiano (MSI) di Giorgio Almirante si presentò alle elezioni in una lista comune con i francesi del Parti des Forces Nouvelles e i greci di EPEN. I missini furono gli unici del gruppo dell’Eurodestra a passare la soglia di sbarramento ed entrare in parlamento; di conseguenza, quel primo tentativo di collaborazione in sostanza fallì. Nel 1984, invece, i missini furono raggiunti in parlamento dai francesi del Front National e da EPEN, creando così il Gruppo delle Destre Europee. Fu un periodo di prolifici scambi, in cui leader dei vari partiti partecipavano anche ai rispettivi congressi.

L’incapacità della destra radicale di unirsi su un progetto comune viene di solito illustrata con due esempi: il tentativo di creare un gruppo unitario in seguito alle elezioni del 1989 e il fallimento del gruppo ‘Identità, Tradizione e Sovranità’ (ITS) nel 2007. Nel primo caso, sebbene nel 1989 il numero di partiti di destra radicale all’interno del parlamento europeo fosse aumentato, una diatriba fra il MSI e i tedeschi Republikaner sulla questione del Sud Tirolo portò all’esclusione degli italiani dal gruppo tecnico delle destre europee. La vita del gruppo stesso fu inoltre caratterizzata da divisioni interne e conflitti di personalità. Il secondo esempio di fallimento di un gruppo di destra radicale al parlamento europeo è il caso di ITS, che riuscì a formare un gruppo, ma dalla vita brevissima. La colpa del collasso viene spesso imputata ad Alessandra Mussolini, che insultò la delegazione rumena. La realtà del crollo di ITS è in realtà più complessa, ma le difficoltà riscontrate sono quantomeno indicative del problema di tentare di creare una internazionale nazionalista.

Nel contesto attuale è invece importante ricordare due cose. Il primo dato è che i partiti della destra radicale sono diventati in generale più capaci di collaborare fra di loro. Tuttavia – e questo è un elemento da tener presente – restano ostacoli importanti alla creazione di un gruppo unitario. A partire dal 2014, infatti, i partiti della destra radicale europea sono divisi in tre gruppi all’europarlamento: il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD), i Conservatori e riformisti Europei (ECR), e il Gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (ENF). Il gruppo ENF è particolarmente interessante, poiché è riuscito a fare quello che pochi credevano possibile: federare abbastanza partiti di destra radicale da creare un gruppo e sopravvivere per (quasi) un’intera legislatura. Infatti, sebbene il gruppo abbia impiegato un intero anno per nascere, dal 2015 in poi è riuscito a restare insieme. Questo suggerisce che ove necessario, anche i nazionalisti possono collaborare.

La seconda constatazione, tuttavia, dovrebbe portarci a rimanere scettici sull’abilità di Salvini, o di chi per lui, di federare tutte le destre radicali europee. Come detto in precedenza, la destra radicale europea è divisa in vari gruppi. Duncan McDonnell e Annika Werner, due ricercatori che si sono occupati di spiegare questa divisione, hanno sottolineato come il problema di fondo sia la preoccupazione di alcuni partiti, in particolare quelli scandinavi, dell’effetto sulla loro immagine di entrare in un gruppo con partiti come il Front National in Francia. In altre parole, il problema non è tanto che i partiti sono in disaccordo sulle misure da attuare, ma che hanno paura di perdere voti nelle elezioni nazionali se scelgono gli alleati sbagliati. Questa preoccupazione resta viva, suggerendo che anche se i partiti riuscissero a trovare un programma o un obbiettivo comune, potrebbero comunque incorrere in ostacoli di altra natura.

L’internazionale nazionalista, dunque, è una possibilità, ma non è una certezza. Nei prossimi mesi si chiariranno alcuni punti, ma fino alle elezioni europee e alla conferma degli equilibri, non avremo grandi sicurezze. In ogni caso, varrà la pena osservare quello che succede.