Sempre i soliti esterofili …


Ci eravamo lasciati l’anno scorso coi gilets jaunes e inauguriamo il nuovo anno de laquartarepubblica.it con i gilet gialli (versione italiota) sui quali, questa la novità, Luigi Di Maio spera di appiccicarci le sue cinque stelle. Del resto, il colore giallo, sempre quello è.

La ratio dell’appello fatto al movimento di protesta francese che negli ultimi mesi sta agitando il paese, e in alcuni casi con episodi di violenza ingiustificabili, è chiara. Forse, più che un tentativo di creare un fronte comune per le prossime elezioni europee, come è stato interpretato – in questo caso non va dimenticato che andrebbe individuato un referente che al momento non sembra esserci – a noi pare al contrario un tentativo di opporre alle ruspe e ai forconi di Salvini una versione à la française della protesta, più cittadina e gauche e dall’aura nostalgica sessantottina come la si vede nei film, allo scopo di reintegrare quell’immagine populista ‘di sinistra’ ormai persa. Una strategia elettorale tutta interna, insomma.

Per capire che la battaglia è già iniziata e che la strategia sarà anche quella di andare a raccattare il più possibile fra l’elettorato di sinistra orfano, incazzato e deluso (e non ancora approdato alla Lega) lo dimostra il ritrovato attivismo del vecchio Beppe negli ultimi giorni. Sul suo blog ha prima rilanciato la proposta di un reddito universale come soluzione al ritorno del luddismo (parola esotica questa, che non guasta in questi casi) e alla conseguente e inevitabile violenza anti-globalizzazione; poi si è scagliato contro il neo-presidente brasiliano Bolsonaro che Salvini già aveva salutato come alleato e, da ultimo, ha suggerito nuovamente di copiare i francesi e rendere pubblica la fedina penale dei parlamentari. Insomma, tutta roba che fa appello alla pancia di ‘sinistra’.

Non v’è dubbio che quello che sta accadendo in Francia sia un fenomeno importante, estremamente interessante, da non sottovalutare e, soprattutto, da comprendere nella sua complessità oltre alle solite e noiose spiegazioni sociologizzanti che riportano tutto al degenerazione capitalista e neoliberale, che esiste, chiaro, ma che risolvono l’essenza della lotta politica per una società più giusta nell’individuare un nemico assoluto e considerare ciò la sola risposta alla crisi del modello democratico. Un po’ naif, almeno secondo noi; ma ne riparleremo in futuro.

È infatti piuttosto curioso che mentre in Italia dei gilets jaunes se ne siano principalmente appropriati i vari satelliti della galassia di sinistra, dal sindacalismo radicale ai nuovi soggetti populisti presenti solo sul web, ai comunisti di Rizzo e a Stefano Fassina (che crediamo rappresenti solo se stesso!), nel Regno Unito sconvolto dalla Brexit il giallo invece lo indossino altri. I gilet gialli a Londra sono diventati il simbolo della destra xenofoba, nazionalista e razzista, che si rende protagonista in questi giorni di violenti attacchi alla deputata conservatrice Anna Soubry, instancabile oppositrice della Brexit, e a chiunque opponga argomenti all’uscita dall’UE. Vien quasi da domandarsi se Oltremanica, insomma, i gilet gialli rappresentino un popolo ‘fascista’.

Si tratta davvero dell’evento spartiacque che detterà l’agenda del 2019? In Italia e in Europa? Il giallo sarà the new red? ‘Gilettisti’ di tutto il mondo unitevi? Noi crediamo di no, e non ci facciamo distrarre.

Assieme all’appello al movimento francese fatto da Di Maio è giunta anche l’offerta, quanto gratuita non lo sappiamo, di utilizzare la fantomatica piattaforma Rousseau. Ma chi è il proprietario di Rousseau? Davide Casaleggio, privato cittadino. E chi era presente al vertice del M5S convocato il 7 gennaio in cui si è discussa la strategia elettorale per le europee e si è deciso per le avances ai giubbetti gialli? Sempre il privato cittadino Davide Casaleggio.

Ora, si tratterebbe di solidarietà internazionalista tra partigiani della democrazia? Collaborazione fra popoli? Unione nella lotta? Oppure un (legittimo?) tentativo di conquista di mercati esteri? Espansione aziendale? Non sarebbe questo – un’azienda privata che si appropria delle istituzioni politiche – la vittoria del neoliberalismo?

Abbiamo fino a maggio per capirlo.