Fra ‘fascisti liberali’ e ‘sovranisti socialisti’ riprendiamoci il senso storico delle parole


La ricerca di nuove definizioni politiche è una delle specializzazioni della politica italiana. Esistono sempre o un neologismo, preso spesso all’estero, o un’espressione storica appiccicata acriticamente al nostro tempo utilizzati per segnalare il tasso di novità e di modernità dell’ultimo leader o dell’ultimo progetto: da ‘rottamare’ ai ‘giovani turchi’, da ‘rivoluzione liberale’ a ‘uno vale uno’, da ‘narrazione egemonica’ al ‘diritto alla felicità’, ultimo questo, in ordine di tempo, riapparso sabato scorso all’Assemblea del PD, rubato dal frasario standard del berlusconismo delle origini e che a sua volta aveva già traslocato nel linguaggio dei primi ‘cinquestelle’. Forse anche per questo motivo – tutto così sterilizzato fra chi ricorda meglio le ultime iperbole della lingua – che secondo Youtrend il 35% degli italiani non parla mai di politica. Un dato che tutto sommato spiegherebbe la tendenza in crescita di chi decide di non esprimersi alle elezioni.

Se proseguiamo per questa linea, l’abisso nel quale sembra essere sprofondato il dibattito politico italiano non dipenderebbe tanto dai toni da tifoserie di provincia, comuni a quasi tutte le forze politiche e non solo a Salvini che ci ha costruito la cifra della propria leadership, ma piuttosto dalla profonda distanza fra quello che una volta si definiva il paese reale e la politica; nello slang di oggi il popolo versus la ‘casta’.

A questa narrazione, poi, si è aggiunto il pericolo proveniente dai social media. Costante di ogni analisi recente, declinata nell’approccio pedagogico alla Calenda o reazionario alla Fusaro. Gli stessi esponenti (proprietario incluso) del M5S che sull’ideologia di internet e sul misticismo della democrazia del web ci campano alla grande, denunciano tuttavia l’uso che del web ne fanno i giornali del ‘potere’ (gli editori impuri, dicono loro) e quindi consigliano di evitare l’informazione su internet, esclusa ovviamente la loro, fatta principalmente di appelli al ‘far girare’ notizie chiaramente false.

La rincorsa all’utilizzo di espressione semplici e l’invocazione al senso comune – come se questo ‘per natura’ fosse progressista e democratico, e non c’è bisogno qui di scomodare Gramsci – sono diventati il canovaccio del nostro pensare la politica di fronte a questo disordine. Ci beviamo quindi con tutta tranquillità il fatto che il padre di Di Battista, sì va bene è fascista, ma è un ‘fascista liberale’ e che la lotta per il socialismo così come se la immagina un ‘pentito’ che ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale come Fassina passa per la difesa dei propri interessi nazionali contro gli interessi dei lavoratori di un’altra nazione o degli immigrati della propria.

Balle.

Sono tutte balle.

Riprendiamoci il gusto di denunciare tutte queste cose come balle.

Le parole sono importanti, hanno significati e una storia propria, esprimono idee e rappresentano culture e diritti, generano conseguenze e creano speranze. Il ‘fascismo liberale’ o il ‘socialismo sovranista’ non sono ossimori, esercizi di scuola dove si va a pescare nel supermercato del pensiero democratico e si piglia la teoria che funziona meglio, ma sterili tentavi di applicare il passato alla nostra realtà senza riconoscere la complessità del presente. Astoricamente. Acriticamente.

Inutile insistere per esempio sul fatto che nel primo caso, l’ormai famoso papà di Dibba che sembra indivisibile dal figlio (si candideranno insieme alle elezioni europee?), in quanto fascista ‘liberale’ può sopravvivere e prosperare soltanto in un regime non fascista, cioè in quel regime politico nato in Italia dalla lotta antifascista. E che nel secondo caso, saldare la difesa dei diritti dei lavoratori all’interesse nazionale, in ultima analisi, mettendo una nazione contro l’altra, è semplice nazionalismo. E questo andrebbe ricordato a chi in questi giorni di protesta e di violenza in Francia, non si chiede cosa ci facciano insieme Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen nel difendere la nazione (bianca e cattolica?) francese.

Cerchiamo di non perdere di vista il punto principale: per fare politica servono conoscenze, attitudine al servizio, sana ambizione, ma soprattutto idee, che vanno coltivate. Riprendiamoci dunque il senso storico delle parole. Nel disordine italiano riprendiamoci parole come socialismo democratico e socialdemocrazia europea – due cose storicamente e teoricamente distinte. Nella fretta di dare spiegazioni al nostro disordine ci siamo convinti che non significhino più nulla. Siamo proprio sicuri di voler vivere in un universo politico in cui non esiste alcuna alternativa ai nazionalismi di sinistra e di destra?