Non è una carenza di memoria che ci affligge, ma una persistente distorsione della storia

 

di Carlotta Ferrara degli Uberti (UCL, University of London) @CarlottaFdU 


Stando ad una ricerca condotta da Arci Servizio Civile intitolata La Memoria come strumento di educazione alla pace e basata su interviste a persone di età compresa fra i 18 e i 30 anni, molti italiani sono ancora convinti che le leggi razziali siano state imposte a Mussolini dalla Germania nazista. Il che, inevitabilmente, sminuisce le responsabilità italiane nella persecuzione.                                                    

Ci ha obbligato Hitler, che era anche un po’ pazzo, quindi tutto sommato noi – e cioè la nostra storia, la nostra cultura – non siamo poi così colpevoli. La stessa convinzione del resto è venuta fuori da alcune domande che io stessa ho ricevuto dopo una breve lezione pubblica fatta di recente in un paesino toscano.

Sembra incredibile che dopo diciotto anni di Giornate della Memoria, di continuo martellamento sul dovere di passare il testimone, di eventi nelle scuole, di mostre, siamo ancora a questo punto. Il mito del bravo italiano è vivo e vegeto, con buona pace degli storici che ormai da almeno trent’anni – ma sono in realtà di più – lo hanno analizzato, capito, decostruito e smantellato. O meglio, credevano di averlo fatto, consegnandolo alla storia e alla storia della storiografia.

C’è chiaramente un divario enorme fra il senso comune e il progresso della ricerca. Un punto su cui dovranno interrogarsi in primo luogo gli accademici ma anche i dirigenti scolastici, gli amministratori, i politici responsabili dell’organizzazione di eventi e di dichiarazioni pubbliche. Perché è ancora vivo il mito? E quale funzione svolge oggi?

Eppure, non credo che abbia senso parlare di memoria perduta. Non c’è una carenza di memoria, ma una persistente distorsione della storia alimentata anche – certo non solo – dalla costante sovraesposizione di Auschwitz come luogo simbolo di questa stessa memoria. Basta pensare ai documentari, alle immagini diventate iconiche, ai viaggi della memoria troppo spesso inseriti nella categoria delle “gite” o addirittura presentati come premio per gli studenti più meritevoli.

Sono pochi ad ignorare cosa sia stato Auschwitz e tutto sommato assai pochi i seguaci di posizioni negazioniste. Uno di questi, Robert Faurisson, è morto in questi giorni. Ma Auschwitz, si sa, è in Polonia. Si sa, era un campo nazista. Ad Auschwitz, i cattivi erano senza dubbio i tedeschi. La specificità della storia italiana, la storia del come i perseguitati italiani siano arrivati lì e di come abbiano vissuto prima di essere deportati si perdono. E poi, chi sono mai questi ebrei? E cosa ci facevano in Italia? mi sono addirittura sentita chiedere in alcune scuole.

Occorrerà una lunga riflessione per ripensare i termini in cui viene presentato a un pubblico di non specialisti questo pezzo di storia, perché è importante che se ne continui a parlare e a cosa vogliamo che serva, al di là dello sviluppo della conoscenza e del ricordo delle vittime. L’insistenza sul valore educativo e quasi salvifico della memoria non ha portato a grandi risultati, perché la memoria di per sé non spiega, non salva, non educa. Così come non educa vedere l’orrore. L’effetto può essere anzi quasi deresponsabilizzante. Guarda cosa è successo! Piango, mi commuovo, quindi mi sento buono. Mi sento sicuro che io non lo farei mai. I miei genitori, i miei amici, ‘gli italiani’ non lo farebbero mai.

Ecco. Se questa storia può davvero avere un valore educativo soprattutto per i più giovani, io credo che risieda proprio nel mettere in guardia contro queste presunte certezze. Il regime fascista ha emanato provvedimenti durissimi a partire dal settembre del 1938 e li ha rigorosamente applicati. La Repubblica di Salò, sua erede, non è stata un puro e semplice burattino nelle mani dell’occupante tedesco. Gli italiani, tanti italiani, hanno se non partecipato attivamente almeno guardato dalla finestra senza intervenire mentre i loro vicini, colleghi, amici venivano prima privati dei più elementari diritti e poi arrestati, internati, deportati. Dovrebbe essere ormai ovvio dirlo. Non lo è.

A Pisa si è svolta, lo scorso 20 settembre, un’inedita cerimonia in cui il rettore dell’ateneo pisano Prof. Paolo Mancarella ha, alla presenza dei rettori di tutte le università italiane, presentato le scuse dell’istituzione ai docenti e agli studenti espulsi in seguito alle leggi del 1938. Docenti e studenti che naturalmente non erano più lì ad ascoltare. Molti deportati e uccisi, gli altri ormai quasi tutti decimati dal passare del tempo. Non sono infatti le scuse la parte più importante. Mancarella ha ricordato le responsabilità di chi – l’istituzione e gli individui che la rappresentavano – ha semplicemente obbedito. Obbedito a una legge iniqua per paura, per convenienza, per disinteresse, perché troppo preso dalla propria vita. Sentimenti umani, cose normali, che possono accadere a chiunque di noi.

La Senatrice Liliana Segre, che si è assunta in maniera molto sobria il ruolo di testimone, è molto efficace e lucida nei suoi interventi. Parlando a Carpi all’inaugurazione di un recente convegno organizzato dalla Fondazione Fossoli ha detto, ricordando il momento in cui fu caricata sul treno per Auschwitz: ‘Era la MIA stazione’. Era la sua città. Milano. Era sua, come di tutti gli altri milanesi ebrei e non. E di coloro che li spingevano sui treni: ‘Non erano solo i nazisti. C’erano i nostri vicini di casa. C’erano i fascisti. C’erano quelli zelanti che volevano farsi vedere dai loro padroni’. Quelli zelanti, è forse la categoria potenzialmente più vasta. La Senatrice non ama la retorica, ma ci ricorda l’importanza della pietas, dell’umanità, della compassione, dell’empatia, del non abbassare la guardia non solo nell’osservare cosa accade nel nostro paese, ma anche nella nostra coscienza.

Credo che questi due esempi ci portino in una direzione positiva, ma la riflessione deve cominciare – o meglio ricominciare – anche a partire dalla constatazione del parziale fallimento delle strategie comunicative degli ultimi diciotto anni. Perché il mito del bravo italiano è sempre lì, che ci guarda.