Le ‘date’ e la sciatteria al governo


Che il presidente del consiglio si sia confuso con le date già lo sappiamo. Quanto sia grave non lo ripetiamo. In realtà, l’errore più incredibile che ha fatto non è stato tanto dimenticarsi della guerra civile, delle stragi nazifasciste, della lotta partigiana, della fuga del re, dell’azione degli Alleati e del contributo statunitense (che in ultima istanza significa dimenticarsi della Costituzione sulla quale ha prestato giuramento, ndr). Piuttosto è l’aver lasciato intendere che il miracolo economico sia iniziato il 9 settembre 1943 l’affermazione che lo avrebbe fatto bocciare. Un po’ come quegli studenti che nel ripassare gli appunti per l’esame di storia contemporanea dividono tutto in due grandi macro-periodi: prima e dopo la seconda guerra mondiale, tanto il prof chiede sempre quello.

Sciatteria al governo insomma.

Ci si potrebbe domandare chi glielo ha scritto quel discorso generico e raffazzonato. Molto probabile che non sia di suo pugno. Forse era impegnato a ripassare la grammatica e la sintassi inglese. Del resto, il suo lavoro è quello di fare l’avvocato del popolo e storia contemporanea non fa parte del corso di laurea in giurisprudenza.

Uno la scrive la castroneria e l’altro non la riconosce: sciatteria istituzionale doppia.

Verrebbe da chiedersi se al ‘popolo’ interessi che il Presidente del Consiglio non sappia quale sia in termini di conseguenze storiche la differenza fra ciò che è avvenuto nel 1943 e il miracolo economico. Forse no. Del resto, siamo certi che Donald Trump non confonda la Dichiarazione di indipendenza con la guerra civile americana? Ma soprattutto ai suoi elettori frega qualcosa?

Non perdiamo di vista il vero problema dietro tutta questa sciattezza. Quello che sta accadendo è un, ormai nemmen più lento, scivolamento verso l’accettazione di un discorso pubblico e l’istituzionalizzazione di meccanismi para-politici antidemocratici ed extralegali che vanno dall’annuncio della iena rottama-baroni-universitari alla rinuncia (doppia) di Conte alla cattedra per ‘sensibilità personale’. E non importa se le conseguenze sono diametralmente opposte: in entrambi i casi si tratta di una evidente violazione delle regole democratiche e dello sdoganamento di un melting-pot fra sfera pubblica e sfera privata dove non esiste più nessuna responsabilità politica. Ve la immaginate, così per dire, Harvard o la New York University che organizzano una selezione per un posto di full-time professor fra i cui partecipanti c’è Mike Pence o lo stesso Trump ancora in carica? Oppure Macron che nomina un giornalista di Arte o France2 a ‘guardia’ della Sorbonne? E ve li immaginate Pence e Macron che dicono in diretta su Facebook che non c’è nessun conflitto di interessi e che le République è in mano a un comico-improvvisato-giornalista?

Entrambi gli episodi violano chiaramente i meccanismi costituzionali e sono tanto gravi quanto le dichiarazioni del Ministro degli Interni circa il suo presunto mandato popolare ‘diretto’ messo in contrapposizione all’azione della magistratura.

Si sta smontando pezzo per pezzo la percezione del principio della separazione dei poteri – e in questo caso, il diritto, è una materia che fa parte del corso di studi dell’avvocato Conte. Si sta introducendo nel discorso pubblico l’idea che il vincitore delle urne sia investito di una sorta di mandato auto-immune e svincolato dagli altri poteri. Si sta dicendo in sostanza che gli uomini del governo contano di più del parlamento e che i numeri del ‘popolo’ legittimano qualsiasi cosa. Si sta forse dicendo che il parlamento non serve? Come non serviva il Presidente della Repubblica durante la formazione del governo lo scorso maggio? E in questo processo di ridefinizione dei ruoli, quale sarà quello che avrà il comitato di conciliazione previsto dal contratto di governo la cui nascita Tommaso Labate sul Corriere lo scorso 31 agosto ha dato ormai imminente?

Oggi sul suo (nuovo) blog Beppe Grillo ci ha informato sul significato che per lui ha l’8 settembre. Non quello del 1943, ma quello del 2007, la data del primo V-Day. A questo punto auguriamoci veramente che il prossimo anno, visto che come ci ha assicurato Conte il suo governo ne durerà 5, il presidente non si confonda fra 1943 e 2007.