Banche, gay, ebrei o musulmani?


Nel manuale dell’apprendista ‘capo populista’ dopo i capitoli Individuare un nemico debole e Fare propaganda sempre e comunque anche quando si va al ‘cesso’ segue quello dedicato allo scontro con le istituzioni (che teoricamente egli rappresenta, ma questo è un dettaglio). L’obiettivo è dimostrare come la burocrazia e la presunta lentezza della prassi democratica blocchino il cambiamento.

La vicenda della Diciotti è un perfetto caso da manuale, offre l’occasione per uno scontro con la Guardia Costiera, che tanto non viene esattamente considerata una forza militare e che quindi non appanna il testosterone da Steven Seagal dell’apprendista ‘capo populista’; offre pure lo spazio per uno scontro con l’Europa, che va sempre bene. E infine un grande classico per l’Italia: la rissa con la magistratura, che ‘fa un po’ nostalgia’. Naturalmente, l’attacco al Colle ne è il corollario.

Quanto il salviniano ‘mi indaghino pure’ sia il postdemocratico ‘me ne frego’ lo lasciamo dire a chi legge. Siamo certi che arriverà in versione più esplicita. Del resto, accertarsi che tutti, ma proprio tutti tutti, comprendano il messaggio di ‘impazienza d’agire’ è una delle altre regole del manuale suddetto.

Questa urgenza dell’azione accompagnata da una foga del ‘voler fare’ è un tratto della recente storia politica italiana. Ha attanagliato tutti: da chi voleva rottamare invece di riformare, a chi chiedeva di essere lasciato in pace ‘a lavorare per noi’. Ha snervato la cultura politica; ha concorso a produrre l’idea che si possa fare a meno delle istituzioni e della loro prassi, della dialettica aspra fra le parti. Ha preparato il terreno (di nuovo?) all’idea che la soluzione ai mali del paese sia da cercare nell’uomo (capitano?) che in quanto autoproclamatosi rappresentante di ‘tutti’ può fare a meno del confronto con le parti e, appunto, fregarsene delle istituzioni agendo da solo. Il manuale prevede principalmente che l’apprendista ‘capo populista’ sia già capo del governo, in casi ancora più eclatanti come appunto il nostro qui in questione, tutto questo lo si fa da semplice ministro.

La gravità e assurdità della vicenda della Diciotti tuttavia supera anche il manuale suddetto. Da qualsiasi angolazione la si prenda è drammaticamente farsesca. Rovinosa. Solo per citare gli elementi più teatrali: il fatto che a una nave della marina militare non venga in un primo momento concesso di attraccare in un porto nazionale, al fatto che l’apprendista ‘capo populista’ faccia tutti i suoi proclami in diretta Facebook. La scelta dell’uso della rete non è un dettaglio. Ci dobbiamo presto aspettare una convergenza di intenti con la Casaleggio Associati?

Ad ascoltarlo distrattamente, come abbiamo fatto tutti, nel video del Ministro degli Interni si captavano parole come ‘ordine’ e ‘pulizia’, ‘invasione’ e ‘difesa dei nostri figli’, ‘soluzione finale’. Ora, ad ogni video il nostro apprendista ‘capo populista’ alza i toni, accresce la tensione, ingrossa le aspettative. Ad ogni post l’asticella si eleva di un millimetro. Ma per poter aver successo, come si legge appunto nel primo capitolo del manuale dell’apprendista ‘capo populista’, si deve individuare chiaramente un nemico. Nella scalata a trovare un nuovo terreno per l’azione e di fronte ai chiari segnali che sta per arrivare l’ondata di strame già prima della legge di bilancio con gli investitori internazionali che se la stanno filando dall’Italia, chi avrà il ruolo del nuovo nemico? A chi toccherà quindi? Ancora alle Banche all’Europa? Già usate. Agli ‘stranieri’ in generale, anche quelli per dire di altri paesi europei? Forse no, infondo questi sono in maggioranza ‘bianchi’. Alla lobby dei gay? Potrebbe essere una novità. Agli ebrei (proprietari di banche)?

Chi farà il nuovo capro espiatorio? Il tweet col capretto e le invettive contro il rito del dhabh potrebbero essere un buon indizio.