Razzismo e intolleranza divampano da Nord a Sud, passando per Pistoia. È tempo di prendere posizione


di Erica Capecchi (Goldsmiths, University of London)

 La violenta deriva populista, razzista e nazionalista che l’Italia sta attualmente attraversando e che da qualche mese a questa parte è andata sempre più intensificandosi ha un sapore nostalgico, fatto di vecchie e nuove contaminazioni che si legano a ricordi di tempi bui e passati. O almeno, passati per quanto ci siamo illusi che veramente lo fossero. A fronte del difficile periodo storico in cui ci troviamo a vivere, una parte dell’ambiente accademico e intellettuale è tornato a parlare con una certa consapevolezza di fascismo, o meglio, neofascismo. All’utilizzo di questo termine si accompagnano tuttavia pareri contrastanti, spesso negazionisti, che vorrebbero sminuire l’evidenza di un problema in crescendo, sostenendo posizioni che mirano a un suo ribaltamento ideologico. Infatti, secondo il parere dell’attuale governo e soprattutto dei Ministri Fontana e Salvini, la parola ‘fascismo’ e tutti i significati che essa comporta, è divenuta un’arma ideologica utilizzata dalla sinistra al solo fine di esasperare l’ideale “globalista” e “radical chic” profondamente nemico dell’italianità. Un’ideologia che punterebbe ad attuare un piano di ‘sostituzione etnica’ degli italiani con gli immigrati provenienti dall’Africa che, in quanto neri e (spesso) musulmani, sono da considerarsi acerrimi nemici della cultura cristiana, italiana e, nondimeno, bianca.

“Ripeti una bugia una, cento, mille volte e diventerà la verità” recitava un famoso aforisma attribuito al Ministro della Propaganda Nazista Joseph Goebbles, che suona ancora tremendamente attuale vista la misura e la facilità con cui il popolo italiano si è fatto trascinare in una spirale di disinformazione e mis-interpretazione che ha finito con il generare un pericoloso senso di ‘illusione della verità’, cui i social media fanno inevitabilmente da enorme cassa di risonanza. Del resto, l’ultima vicenda relativa a Francesca Totolo, la generatrice seriale di fake news pagata da CasaPound, insegna. Come lei stessa ha affermato, la sua attività si limita a insinuare il dubbio. E così sia. Ogni giorno si danno in pasto sul web pseudo-notizie che mentre demonizzano l’immagine dell’immigrato insinuando l’esistenza di un presunto “razzismo al contrario” nei confronti degli italiani, distraggono da quelli che sono i reali problemi del paese che il governo si è solertemente impegnato a non risolvere. Alla faccia di chi ha creduto alle promesse elettorali, sparate in campagna elettorale come fuochi d’artificio, e come tali durate giusto il tempo di un abbaglio. Da tutto questo tumulto che punta a identificare negli italiani le uniche vittime del ‘problema immigrazione’, l’unica vera grana del paese, è possibile identificare una tendenza che ogni giorno diventa più urgente: la discriminazione di stampo etnico e razziale, accompagnata da aggressioni sempre più diffuse ai danni di immigrati e richiedenti asilo presenti sul territorio nazionale.

Da un fenomeno isolato e preoccupante da un punto di vista prevalentemente etico e morale individualizzato, gli eventi registrati nel solo arco degli ultimi due mesi nei confronti di immigrati mostrano con chiarezza una crescente emergenza di carattere sociale, che da nord a sud sta interessando l’italica patria. Uno degli ultimi, gravi, episodi riguarda il centro di accoglienza di Don Massimo Biancalani a Pistoia, più volte finito nel mirino di gruppi neofascisti e al centro di numerose polemiche di carattere xenofobo e razzista esternate dalla comunità locale e non. La sera del 2 agosto, un ventiquattrenne del Gambia ospitato nei locali della parrocchia di Vicofaro, Buba Ceesay, ha subito un’aggressione da parte di due giovani mentre si stava allenando per le vie del vicinato. Un atto intimidatorio, memore del peggiore squadrismo. Come lo stesso Buba ha raccontato, i due si sono avvicinati in bicicletta inveendo nei confronti del ragazzo per poi esplodere due colpi di pistola a salve al grido di “negro bastardo”, e infine scappare. Fortunatamente Buba non ha riportato alcuna ferita, tuttavia quest’ultimo fatto si aggiunge a un elenco che si sta facendo tristemente sempre più fitto.

Soltanto nell’estate 2017, Don Biancalani era finito nell’occhio del ciclone per aver portato in piscina alcuni dei ragazzi ospitati nella sua struttura. Le foto di quella giornata erano state postate dallo stesso parroco sul suo profilo Facebook arrivando ad attirare anche l’attenzione di Matteo Salvini, il quale non ha esitato a strumentalizzare l’episodio in favore della sua propaganda becera e razzista. Il risultato è stato è stato un bersagliamento continuo di insulti e minacce nei confronti di Don Biancalani, espressi sulla rete, sulla carta, a voce. Una situazione che è andata degenerando fino ad arrivare addirittura alle azioni intimidatorie perpetrate da Forza Nuova, che subito dopo il fatto legato alla piscina ha inviato un gruppo di militanti a presidiare il rito religioso celebrato a Vicofaro, con l’intento di accertarne l’autentica “cattolicità”. Tali azioni sono continuate poi in un’escalation che ha visto svariati attacchi da parte del partito – anticostituzionale, va ricordato – e consistiti soprattutto nell’affissione di striscioni di carattere culturalmente e verbalmente violento, riportanti slogan razzisti e offensivi intorno all’area del centro di accoglienza. Visto il preoccupante intensificarsi di aggressioni e attacchi razzisti su scala nazionale, si fa dunque necessario il riconoscimento di un allarme che è concreto e palpabile. Ignorarlo equivarrebbe a ignorare l’elefante nella stanza. Si tratta infatti di un problema significativo, che se non sedato in tempo rischia di esplodere come una vera e propria polveriera sociale dalla portata distruttiva devastante.

Del resto, è anche così che si insinuano i “fascismi”, intesi nel loro senso lato come stati ideologici e mentali: con l’identificazione, fomentata da un certo versante politico, di uno o più nemici esterni sui quali accanirsi al fine di esercitare un controllo interno, totalizzante, in grado di compattare le masse intorno alla figura del leader forte e autoritario. In questi tempi di incertezza e disorientamento, è facile cadere nel fascino dell’autoritarismo che si insinua come collante sociale di una collettività che appare sempre più disgregata e insicura. La ricerca di un’identità nuova, forte, passa quindi da una pretesa di egemonia culturale e nazionale che fa leva sulla paura generalizzata delle masse e ne plasma le coscienze portando all’accettazione di politiche di chiusura e profonda diffidenza nei confronti del mondo esterno. Si prospettano tempi duri e bui, in cui la rinnovata normalizzazione di politiche neofasciste che passa da citazioni spavalde di Mussolini a impensabili proposte di abrogazione di leggi (si veda l’ultima di Fontana riguardo l’abolizione della Legge Mancino), finisce col ripercuotersi sulla società, sfociando in sentimenti di odio e atti di violenza e intimidazione nei confronti dei più deboli.

La soluzione a tutto questo c’è, ed è chiara. È giunto il momento di prendere una posizione ferma e decisa che non abbia paura di schierarsi dalla parte giusta, e di chiamare il problema con il suo nome. Oggi più che mai appare necessario sostenere argomentazioni razionali allo scopo di instaurare dialoghi e riflessioni con la società, in modo tale da interpretarne paure e insicurezze che possono essere dissolte solo con una rinnovata apertura mentale e culturale. È proprio qui infatti che la politica ha fallito, lasciando a estremismi e populismi lo spazio sufficiente per insinuarsi nei vuoti creati in particolar modo da una sinistra che ha dimostrato di aver perso il contatto con la realtà del proprio paese, rivelandosi incapace di interpretare il difficile momento storico che si stava delineando. Il passato non si può cambiare, ma è possibile lavorare sul presente. Al pericolo di una nuova eclissi del pensiero razionale, dunque, deve necessariamente contrapporsi il pensiero umanista e illuminato: la conoscenza che abbatte l’ignoranza. Non possiamo permetterci di scivolare di nuovo in un’epoca di disumanità, la storia deve pur averci insegnato qualcosa. Il sacrificio dei padri che hanno combattuto per la libertà di cui godiamo oggi non può essere dimenticato, né vanificato da paure irrazionali. Ci prepariamo dunque a una nuova resistenza: morale, intellettuale e culturale.