Perché non c’è da essere orgogliosi di un piatto di spaghetti ad Addis Abeba


di Alessandro Pes (Università di Cagliari) @apes72 

L’idea che il colonialismo italiano sia stato ‘buono’ e ‘speciale’ rispetto ai colonialismi delle altre potenze europee è stata costruita durante il periodo coloniale e si è rafforzata e diffusa maggiormente in età repubblicana quando ormai l’Italia, divenuta democratica e superato (forse?) il fascismo, non aveva più alcun possedimento coloniale ma, fino al 1960, l’amministrazione fiduciaria della ex colonia Somalia italiana.

Un articolo pubblicato recentemente sul giornale La Verità riprende la questione della storiografia sul colonialismo italiano e imputa a una storiografia faziosa la colpa (sic.) di aver ricostruito quella parte di storia (anche) italiana focalizzandosi soltanto sulle atrocità commesse dagli italiani nelle ex colonie senza mettere in risalto la presunta opera civilizzatrice svolta in quegli stessi territori.

Ma l’idea che l’Italia coloniale abbia ‘portato la civiltà in Africa’ è passata e continua a trasmettersi principalmente attraverso il mito degli italiani ‘costruttori di strade’, perno attorno al quale è stata inventata la mitologia dell’italiano colonizzatore ‘buono’. Qualunque tentativo di ricostruire una storia del colonialismo italiano che non fosse necessariamente celebrativa si è dovuto scontrare con la disgraziata e molto diffusa idea che la presenza italiana nelle colonie fosse semplicemente sintetizzabile nella cartolina con guardrail e ponti. Questa sintesi aveva con sé un portato non indifferente; se l’unica cosa che gli italiani hanno fatto in colonia sono state le strade non possono che essere stati dei colonizzatori ‘buoni’. Le carte d’archivio, e anche i territori delle ex colonie, però sono chiare su questo punto. Le strade vennero effettivamente costruite durante il colonialismo italiano ma i documenti spiegano bene anche il perché vennero costruite. Non fu un gesto di generosità italiana: le strade e i ponti furono realizzati per migliorare i collegamenti allo scopo di avvantaggiare i colonizzatori, non per rispondere a particolari esigenze o desideri della popolazione colonizzata. Le strade erano funzionali al controllo della colonia e alla sua ‘messa a frutto’ economica, insomma. Per questi motivi l’Italia decise di investire in quelle infrastrutture e realizzarle. Il fatto che poi quelle strade e quei ponti siano rimasti in quei territori dopo la fine del colonialismo non fa del colonizzatore italiano un colonizzatore ‘buono’ e non rende il colonialismo italiano un colonialismo speciale rispetto agli altri colonialismi.

Già durante il periodo di espansione coloniale, e in particolar modo durante il governo fascista, l’espansione coloniale italiana era stata spiegata e rappresentata agli italiani come un’esperienza diversa e ‘speciale’ rispetto alle altre esperienze europee di colonizzazione in Africa. Mentre gli altri paesi europei mettevano in pratica i loro piani di espansione per sfruttare le popolazioni colonizzate e le ricchezze dei loro territori, l’espansione italiana invece, diceva la propaganda, intendeva ‘civilizzare’ le popolazioni colonizzate e fare dei possedimenti coloniali degli spazi idonei a offrire lavoro ai disoccupati italiani. Il colonialismo italiano pretendeva di essere ‘speciale’ in quanto ‘proletario’.

Questa rappresentazione aveva trovato ampi e diversificati canali di diffusione: dal discorso istituzionale alla stampa il racconto delle conquiste coloniali italiane passava inesorabilmente attraverso la rappresentazione dell’Italia come paese coloniale ‘buono’ e degli italiani colonizzatori come migranti che non trovando lavoro nella penisola si trasferivano nelle colonie nella speranza di una vita migliore. Tutti gli aspetti connessi al colonialismo quali l’usurpazione, lo sfruttamento, la segregazione, il razzismo venivano omessi, taciuti o al massimo spiegati come ‘momentaneamente necessari’ rispetto alla narrazione principale che vedeva l’Italia portare civiltà e strade nelle colonie africane. La larga diffusione di questa narrazione, e l’impossibilità durante il regime fascista di diffondere contro-narrazioni, fecero in modo che fino al 1945 l’idea che il colonialismo italiano fosse speciale e sostanzialmente buono si sia affermato nella società italiana senza particolari difficoltà. E, forse, siamo ancora lì.

La caduta del fascismo e la firma dell’armistizio portarono con sé la generica rinuncia italiana ai possedimenti coloniali, a sua volta definitivamente sancita con la ratifica da parte dell’Assemblea costituente del Trattato di pace del 1947. Il Trattato non prefigurava però una chiara soluzione per l’amministrazione delle ex colonie italiane e lasciava in realtà aperta la possibilità, mediata attraverso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, di un’amministrazione fiduciaria dell’Italia su quei territori.

Questa situazione, sommata alla falsa idea del colonialismo buono, spinse i primi governi dell’Italia repubblicana a mettere in atto una politica estera tesa a conquistare una sorta di diritto al ‘ritorno in Africa’. Questa linea politica venne portata avanti attraverso l’affermazione di una dicotomia ritenuta fondamentale; quella fra colonialismo dell’Italia liberale e colonialismo dell’Italia fascista. Se al primo potevano ricollegarsi le caratteristiche principali del colonialismo ‘buono’, al secondo venivano attribuite le responsabilità di aver portato avanti un espansionismo d’assalto. Operata questa distinzione, in sede internazionale l’Italia repubblicana poteva chiedere l’amministrazione fiduciaria delle ex colonie conquistate nel periodo liberale perché frutto ‘dell’opera di civilizzazione e del lavoro italiano in Africa’.

Tra il 1947 e il 1950 il governo italiano portò avanti la propria istanza per il «ritorno in Africa» attraverso diversi canali; certamente quelli diplomatici furono considerati molto importanti ma altrettanta importanza venne data all’attività convegnistica e alla stampa considerati canali di rilievo per diffondere le convinzioni che stavano alla base della richiesta del ‘ritorno in Africa’. In questa fase il mito del colonialismo italiano ‘buono’ venne prevalentemente costruito intorno all’epopea di un movimento di lavoratori ai quali non era possibile imputare alcuna volontà di oppressione delle popolazioni colonizzate, e per i quali doveva ritenersi un diritto ‘tornare in Africa’ per riprendere il lavoro interrotto con la perdita italiana delle colonie. Attraverso la pubblicazione di studi, l’organizzazione di convegni scientifici durante i quali veniva riservato uno spazio per le relazioni degli ex coloni, la divulgazione a mezzo stampa di reportage che avevano lo scopo di mettere in luce la ‘verità’ sul lavoro italiano svolto nelle colonie, il periodo nel quale il governo italiano affermava nei consessi internazionali il diritto ‘a tornare in Africa’ coincise con la diffusione e la sedimentazione nella società italiana dell’idea del colonialismo italiano come di un movimento di lavoratori, riassumibile nell’iconica immagine dei costruttori di strade. Il mito del colonialismo italiano ‘buono’ fu poi perfezionato con la costituzione, nel 1952, del Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa, con il compito di ricostruire da parte istituzionale la storia del colonialismo italiano. Il risultato fu una serie di pubblicazioni che, sulla base di tabelle, resoconti, documentazione d’archivio, tentavano di ricostruire l’intera storia del colonialismo italiano attraverso la prospettiva del lavoro compiuto dagli italiani nelle ex colonie.

Sulla base della documentazione d’archivio e della principale storiografia sul tema si può oggi però affermare a gran voce che, sia in età liberale che in età fascista, il colonialismo italiano non fu per niente ‘buono’, né tantomeno civilizzatore; anzi utilizzò pratiche di governo e amministrazione del tutto simili a quelle dalle altre potenze coloniali. Per quanto concerne il rapporto tra l’Italia e le popolazioni colonizzate poi, il mito dell’italiano colonizzatore ‘buono’ tace completamente le prove esistenti dello sfruttamento delle popolazioni colonizzate e dei loro territori, elemento che costituì una costante del colonialismo italiano. Non compare traccia ad esempio della segregazione razziale che, in particolar modo dopo la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero dell’Africa orientale italiana nel 1936, fu utilizzata e propagandata dai governi coloniali italiani. Un esempio di tale azione segregazionista è dato dal piano regolatore di Addis Abeba nel quale i quartieri per bianchi e per ‘indigeni’ erano ben delimitati e separati fra loro. Altri esempi sono forniti dai decreti di divieto del ‘madamato’ e del ‘meticciato’. Per quanto riguarda infine il mito che racconta il colonialismo italiano come un movimento di lavoratori, per quanto corrisponda a realtà il fatto che numerosi coloni si siano trasferiti nelle colonie italiane per motivi di lavoro, esso tace completamente sul fatto che rispetto alle esperienze migratorie essi si ritrovarono a essere lavoratori privilegiati. La sola condizione di lavoratori italiani in colonie italiane li poneva in una posizione di privilegio. A prescindere dal tipo di lavoro svolto la dicotomia essenziale di una società coloniale divideva la popolazione tra coloni e colonizzati e i privilegi e lo status di cittadini erano riconosciuti soltanto ai primi. Non c’è proprio nulla di cui essere orgogliosi di un piatto di spaghetti ad Addis Abeba.