Possibile che sia sempre colpa di D’Alema?


Prendersela con Massimo d’Alema è un po’ come sparare sulla croce rossa. Non siamo certo alle vette di Andreotti – inarrivabili – e nemmeno al livello di Renzi, il cui principale delitto politico è stato quello di essere un corpo estraneo, uno che non c’entrava insomma con la fantomatica tradizione della sinistra. O almeno che non c’entra più, perché quando vinceva ne faceva parte eccome.

Ma l’intervista rilasciata al Huffington Post il 10 luglio ha scatenato gli istinti profondi e beceri dell’indignato web-lettore ‘di sinistra’ (pentastellato o no). Come se fosse decisivo per le sorti del paese sapere cosa pensa D’Alema, sapere cosa avrebbe fatto lui, come interpreta la situazione. Da un certo punto di vista, la fissazione con D’Alema è sintomo della crisi stessa.

La colpa di D’Alema rispetto agli altri del pantheon dei radical-chic italiani è infatti più sottile, astratta, quasi una colpa che appartiene alla galassia del pensiero intellettuale. Il primato se lo contende con Fausto Bertinotti – altro esponente di calibro di questa classifica nazionale. Tuttavia, la sua, quella di D’Alema, assume le forme del canone e con uno strano processo di traslazione diventa una sorta di colpa collettiva. Come se sulla sua persona si concentrasse tutto il peggio del ‘giacobinismo con le Tods’ nostrano. Non rifacciamo l’elenco delle perversioni del nostro, dalla barca all’azienda vinicola in Umbria; forse possiede anche un Rolex, non lo sappiamo per certo. Su eventuali trascorsi di droghe più o meno leggere non esistono fonti attendibili, anche se il nostro eroe si era spinto a promettere lo spinello ‘per i molti, non per i pochi’ già diversi lustri fa.

Dobbiamo riconoscere dunque che la sua resilienza è notevole. Il povero Pier Luigi Bersani non riesce minimamente a sostenere la competizione con le 7 vite politiche di D’Alema. È infatti questa la cosa veramente stupefacente del dibattito così come ha virato nelle ultime settimane. Le stesse critiche di Di Battista, non indirizzate a D’Alema ma che tuttavia in lui trovano una chiara esposizione, evidenziano come siamo in presenza di un ritorno al passato: la casta che ‘si fa le righe di coca’ di cui parla Di Battista è l’Italia da bere di craxiana memoria, poi riciclatasi nel berlusconismo, e non la cavalcata dei rottamatori d’assalto renziani. Un mondo passato, vecchio, materialmente finito ma chiaramente identificabile. Con D’Alema appunto. Si è saltata una generazione insomma, ma all’indietro.

Questo specie di bisogno di ritorno alle origini della protesta grillina (che ricordiamocelo, prima di Berlusconi, aveva come bersaglio il leader del partito socialista e il circo di nani e ballerine del pentapartismo, su cui il comico ha poi costruito il proprio messaggio politico) è facilmente spiegabile dalla prospettiva del M5S. La nostalghia da spiaggia di Capalbio che si sta sviluppando in questi giorni e che D’Alema ha squisitamente sintetizzato nella sua intervista invece è più cupa. E qui la tragedia diventa farsa.

Il succo del discorso di D’Alema e di quelli che la pensano come lui si può riassumere nella sindrome dell’occasione perduta: l’Italia è stata lasciata alle grinfie populiste della Lega perché’ il PD a egemonia renziana si è intestardito a non voler fare un accordo col M5S, in qualsiasi forma o fattezza. C’è chi lo dice con espressioni naïve come Boccia o Franceschini, colorite come Emiliano, o con circuiti più astratti e meglio articolati come appunto il nostro Massimo nazionale. Questa però sembra proprio essere diventa la nuova frattura interna.

In altre parole, la linea politica della sinistra italiana si sta decidendo principalmente sulla base di un potenziale e ormai totalmente impraticabile dialogo con un altro partito. E che partito poi. Si stanno creando fronti e posizioni all’interno non solo del PD ma più in generale della sinistra che si accapigliano su come e in quali gradazioni considerare il M5S ‘di destra’ o espressione di un popolo di sinistra ‘traviato’ dai social media. Il tutto sta avvenendo ‘fuori’ dal perimetro ideologico del partito e delle sue costole. Un po’ come quando una coppia in crisi litiga sulla suocera, senza rendersi conto che i problemi stanno altrove. Chiaramente D’Alema non è la sola suocera qui. Ma sicuramente, come tutte le suocere, un po’ c’entra.