La crisi della sinistra in Toscana ha due responsabili: la villetta a schiera e la rotonda

 

di Gianluca Fantoni (Nottingham Trent University) @gianlucafanton4


In questi giorni le analisi socio-culturali sulla crisi del PD nelle (ex) Regioni rosse si sprecano. Molte di queste imputano le ripetute sconfitte elettorali a errori di governance e di rapporto con quella che viene definito “il popolo di sinistra”. Hanno smesso di ascoltare “la base”, si dice. C’è indubbiamente del vero in questa riflessione; se lo dicono tutti deve essere vero in qualche modo. Ma cosa voleva esattamente la gente? Quali sono queste richieste inevase? Questo è più difficile da definire, e infatti su questo punto molti commentatori sono muti.

Indubbiamente un sistema di potere che per lungo tempo ha distribuito sul territorio lavori e prebende ha smesso di assolvere il suo compito, inceppato dai vincoli di spesa e dalla crisi economica. Il sistema si era inizialmente adattato bene agli anni della globalizzazione, quando era divenuto impossibile continuare ad assumere schiere di rampolli finalmente laureati nelle amministrazioni comunali, come si era fatto negli anni settanta e ottanta. Finito il “posto in Comune” era arrivato il posto di lavoro nelle (numerose e quasi insopportabilmente pervasive) cooperative che in certe aree delle regioni rosse iniziarono ad occuparsi un po’ di tutto, dal verde pubblico alla cura degli anziani e disabili. Poi le famose società a capitale misto pubblico-privato (uno dei magnifici ossimori con i quali la sinistra ci ha deliziato in questi anni) che gestiscono rifiuti, acqua, gas, parcheggi e così via. Infine altre imprese di varia natura, tipo quelle edilizie, in qualche modo legate al Partito. Per ragioni che andrebbero indagate più a fondo, questo sistema di gestione della cosa pubblica e dell’economia locale non riesce più a sopperire in modo efficiente alla crescente domanda di posti di lavoro determinata dalla crisi. Forse, semplicemente, sono finite le cose da gestire e i soldi per gestirle. Certe imprese vicino alla politica sono addirittura fallite in questi anni. Sicuramente le banche dei territori ci hanno messo del loro, perdendo quella funzione di stimolo dell’economia locale che tradizionalmente avevano svolto. Molte hanno preferito lanciarsi in sciagurate operazioni finanziarie, spesso maldestramente suggerite da esponenti locali del PD, che le hanno lasciate a corto di liquidità e alla mercé del capitale finanziario che conta davvero.

Tuttavia, vorrei qui proporre una ipotesi diversa, complementare per certi versi, a quelle sopra citate: che la crisi della sinistra sia soprattutto dovuta ad una mutazione antropologico-culturale causata ad una errata politica urbanistica sviluppatasi dagli anni novanta in poi. Una politica urbanistica che ha reciso i vincoli comunitari e l’ethos sui quali poggiava il consenso elettorale del fu Pci e dei suoi eredi politici. Non conosco così bene la provincia rossa da poter affermare che ciò sia accaduto ovunque e nella stessa misura. Le mie considerazioni valgono certamente per alcune aree della Toscana, quelle più sviluppate in particolar modo, e perciò più popolose. In poche parole: a causa di un’errata politica urbanistica abbiamo allevato gente che vive isolata, e perciò ha paura, e perciò vota a destra, o comunque pensa a destra. Gente che spende di più per vivere la vita che gli si è imposto di vivere, e perciò ha i debiti, e perciò è arrabbiata, e di nuovo vota a destra. La crisi della sinistra ha due responsabili: la villetta a schiera e la rotonda.

Avevamo le cittadine perfette, sviluppate intorno alle piazze, attraversate dai vicoli, con le case attaccate l’una all’altra, che favorivano lo scambio, il rapporto personale, la discussione al circolo, la festa di paese. Molti piccoli negozi in centro. La socialità. Poi si è pensato che la gente volesse vivere altrove, l’abbiamo incoraggiata a vivere altrove, nelle casette a schiera costruire fuori dal perimetro urbano; costosissime, e soprattutto senza alcun legame con la tradizione urbanistica del territorio, e perciò brutte per definizione, perché incongrue. Immancabile corollario il centro commerciale, spesso Coop, anch’esso costruito fuori dalla città, il grande parcheggio, e magari il cinema multisala, anzi l’intera zona commerciale con i grandi magazzini e showroom che vendono di tutto, dai vestiti alle macchine, tutti in fila, e perché no la sala bingo e il sexy shop. Per connettere il tutto la variante, la circonvallazione che esclude la città, per il traffico, si capisce, un bello stradone, senza piste ciclabili e pedoni rompiballe, con il guardrail stile autostrada sul quale si possa sfrecciare, solo in macchina, ad elevata velocità (anche se spesso c’è comunque un gran traffico e tocca andare piano, … il nervoso che mi viene!), così possiamo spostarci da un centro commerciale all’altro. E infine le rotonde, grazie alle quali non devo nemmeno più soffermarmi al semaforo e guardami intorno. Le rotonde diminuiscono gli incidenti. Certo, c’è sempre una buona spiegazione.  A pensarci bene anche avere meno macchine in circolazione e più mezzi pubblici, o addirittura andare a piedi, funzionerebbero benino come misure per diminuire gli incidenti. Ma abbiamo continuato a favorire la mobilità privata e la macchina, in barba alla legge del traffico indotto, o induced demand, benché questa sia nota dal lontano 1930. Ma i rossi amministratori, evidentemente, non lo sapevano.

Dai piccoli centri storici se ne sono andati prima gli abitanti, poi inevitabilmente i negozi. È rimasto un deserto di case a buon mercato che è stato prontamente occupato dagli immigrati, e adesso non riconosciamo più i posti dove abitavamo, dove siamo cresciuti, e in centro ci si va sempre meno perché signora mia c’è solo quella gente, ‘sono tutti dei loro’ (una frase che ho sentito dire), e non si può più uscire la sera. Ma che ci frega? Tanto adesso si può uscire dal lavoro e in macchina andare al centro commerciale, fare la spesa, poi via a casa; parcheggio nel box auto e posso arrivare direttamente nel soggiorno senza nemmeno l’incomodo di salutare il vicino. E poi sono finalmente solo, con le mie paure, il mio mutuo, la mia rata della macchina – non posso fare a meno della macchina, come andrei a lavoro? Per un periodo soli davanti al telegiornale di Emilio Fede, ora soli davanti a Facebook; ma la solitudine è la stessa. Il senso d’isolamento sociale è il miglior viatico della paura, e come ci insegna Guerre stellari, la paura è la via per il lato oscuro. E poi la rabbia. C’è molta gente arrabbiata, che non può più nemmeno sfogarsi alla Casa del popolo. Vive troppo lontano e non c’è parcheggio in centro.

Abbiamo creato in pochi anni una parodia della suburb americana, quartieri separati per censo, e quindi per etnia. E chi vive in suburbia? Persone che votano a destra, gente dalla mentalità conservatrice. Perché in Italia doveva essere diverso? E infatti non lo è stato. Abbiamo creato un popolo di impauriti rancorosi e adesso pretendiamo che siano solidali con gli immigrati e votino a sinistra? Cerchiamo, almeno nell’estinzione, di essere seri.

Amministratori locali di sinistra dalle poche ma pessime idee e dal livello culturale, aimè, molto basso, hanno gravemente sottovalutato l’impatto sociale e culturale dell’urbanistica, e per dar retta ai costruttori, al mercato, si sono allevati la serpe in seno. Quando mai il mercato è stato di sinistra?

Non ci si doveva espandere? Certo che sì. Ma si dovevano costruire quartieri, non villette a schiera, aree organicamente collegate al centro, parte delle città, che riproducessero le funzioni tipiche della città: abitare, lavorare, commerciare, socializzare. Si poteva avere una politica abitativa che favorisse il vivere insieme: la famiglia borghese italiana accanto alla famiglia marocchina, si poteva fare, con l’edilizia popolare diffusa, con incentivi, così che entrambe le famiglie dividessero gli stessi spazi pubblici, e potessero conoscersi, e scambiarsi cultura, fino a creare gradualmente una nuova popolazione. Gli Italiani di domani. Non lo abbiamo fatto. Ma almeno i palazzinari, i cavatori di rena da costruzione, le imprese che facevano rotonde perché altro non sapevano fare (tipo una casa passiva? Scambiatori di calore? Tetti fotovoltaici… un tram di superficie…no eh?) hanno vissuto un periodo di vacche grasse. Peccato che ora falliscano e mandino a casa gli operai. Le rate della macchina, però, ci sono ancora.

Eccoci allora al punto iniziale: cosa vuole esattamente la gente? Io credo che, anche inconsapevolmente, gli abitanti delle Regioni rosse e di molte parti d’Italia, vorrebbe tornare alla socialità perduta, al tempo che fu, ad una vita meno stressante. Indietro non si può tornare certo, ma una città diversa, un modo di vivere nuovo che recuperi almeno in parte e in forme nuove quella socialità è possibile. Bisogna saperlo però, rendersene conto, e agire di conseguenza, con politiche ad hoc, nazionali e locali. Abbiamo bisogno di una nuova leva di amministratori locali che pongano al centro della loro azione la qualità di vita dei propri cittadini, che si pongano come obiettivo il raggiungimento di una felicità solidale, da realizzare prima di tutto operando sulla struttura urbanistica delle città che amministrano.