La provincia rossa era già morta ben prima del renzismo


Tutti oggi a scrivere la fine della provincia rossa, la morte del modello di buon governo emiliano-romagnolo e toscano, la scomparsa delle zone rosse, il fallimento del PD, l’annientamento della sinistra di governo, la traversata del deserto, l’estrema unzione, la pietra tombale. Ognuno si scelga la sua. Le battute, poi, si sprecano.

La colpa è di Renzi e della sua casta affaristica, dell’immobilismo del partito, delle lotte interne, delle scissioni personalistiche, della brama di potere, dell’attaccamento alle poltrone. Quella più fantasiosa in questo deprimente gioco al massacro è ‘la falsa coscienza neoliberale che ha spinto la classe dirigente del PD a dimenticarsi del popolo’: una melassa di parole-chiavi ‘di sinistra’ in versione Twitter.

Chiunque dotato di un minimo di pensiero astratto e che abbia seguito le ultime vicende non è certo rimasto sorpreso dai risultati di domenica. Come, del resto, quelli dello scorso 4 marzo non erano inaspettati. Sorprendente, invece, è la quantità di esperti della ‘cintura rossa’ comparsi a partire da domenica sera che hanno proposto dotte ricostruzioni storiche e raffinate analisi economiche delle ex-aree socialiste emiliane e toscane. Se in ogni italiano c’è un CT della nazionale, in questa estate 2018 senza mondiali, allora ogni italiano è anche uno storico del modello comunista italiano.

La provincia rossa, compagni rassegnatevi, era già morta ben prima del renzismo, e pure del neoliberalismo in versione pane e salame che si è disteso fra la via Emilia e la Chiantigiana nell’ultimo decennio. Domenica ha solo ricevuto l’ultima spallata. Aveva perso la propria identità e cultura politica ormai da decenni, per diversi motivi ma, soprattutto, da quando comunisti e socialisti hanno barattato la propria egemonia culturale con l’idea ottocentesca dell’unione con il cattolicesimo.

Il tanto esaltato incontro fra le tradizioni riformiste alla base della creazione del PD ero nato come una utopia politica negli anni della guerra fredda, patrocinata da piccoli gruppi di intellettuali e cristallizzatasi come una occasione perduta nel mai avvenuto compromesso fra Moro e Berlinguer. Del resto, siamo ancora lì: ad ogni risultato elettorale deludente ricompare la foto in bianco e nero della stretta di mano fra i due leader. Ma quello che fra anni ‘50 e ‘70 aveva una sua profonda ragione storico-politica, nel ventunesimo secolo è ormai fuori tempo. La provincia rossa ha smesso da tempo di ‘pensare la politica’ e si è fissata col territorio, con una sorta di patriottismo di quartiere dove si esaltano le identità locali e le famigerate buone pratiche, dimenticando il piano generale delle idee, puntando tutto sulla comunicazione da ipermercato. Il momento epico di questa débâcle culturale, fatecelo dire, è indubbiamente la candidatura di Pierferdinando Casini nelle liste del PD. Davanti a un discorso politico dall’afflato aggregativo come quello leghista, la sinistra già divisa culturalmente da anni di settarismi e vassallaggi, ovvio che si sia polverizzata.

Ora che di tempo ce n’è – è chiaro come i risultati di domenica abbiano cementato il sedere dei 5stelle alle poltrone del consiglio dei ministri – la cosa che possiamo sperare noi che ancora crediamo che una sana democrazia debba avere un partito di sinistra democratica, è che si provi a rimettere insieme i vari pezzi. Magari partendo dai giovani, e non dalle tradizioni. Magari ‘dal basso’, e non dai vertici. Magari convocando un congresso. Magari non cambiando nome questa volta.