Di che colore è il popolo?

 


Sono i piccoli episodi che determinano più di ogni dichiarazione la cultura politica di un paese, della sua classe dirigente e di un partito (si può ancora dire? oppure sono tutti già diventati movimenti?). E la relativa freddezza sul caso Sacko è disgustosamente preoccupante.

Certo che qualcuno si è indignato; certo che qualcuno ha urlato. Tuttavia, sembra quasi che il sollievo per aver un governo strambo e una maggioranza posticcia abbia fatto passare in secondo piano l’esecuzione di un uomo e il ferimento di altri due a colpi di fucile.

Non abbiamo elementi sufficienti per definire questo assassinio un omicidio di mafia o un atto xenofobo. Argomenti per sostenere entrambe le tesi ci sono. Non sta a noi dirlo (una banalità che ogni tanto va ricordata). E comunque? farebbe differenza? Come se le due cose fossero una a esclusione dell’altra? Come se le uccisioni mafiose fossero più o, al contrario, meno gravi di quelle spinte da motivi razziali? Dal nostro punto di vista non c’è assolutamente nessuna differenza: sarebbero entrambe questioni politiche.

Emanuele Macaluso ha sottolineato quanto la dinamica e il contesto gli ricordino gli omicidi mafiosi dell’immediato dopoguerra, quando nasceva la prima di repubbliche. L’arma utilizzata, poi, è più che sufficiente a sottolineare quanto di premoderno e reazionario c’è in questo atto di violenza.

Ma il nostro mondo oggi è complesso in modo differente. Perché il protagonista di questa vicenda è un attivista sindacale, immigrato. Ma nero; anzi ‘negro’. Parola tornata in uso – o forse mai totalmente eliminata dal vocabolario nazionale. Che, ovviamente, in quanto migrante doveva essere per forza un ladro, come alcuni quotidiani non hanno perso tempo a scrivere.

Nei giorni della presentazione del nuovo esecutivo e del voto di fiducia, la morte dell’attivista sindacale in una delle zone più prive di diritti d’Italia interroga la classe dirigente e l’intero paese, ma soprattutto mette a nudo chi dice di rappresentare il popolo, i lavoratori, i subalterni, i non rappresentati.

La sinistra italiana – descritta come ‘sinistra neoliberale progressista’, ma che si legge PD di Renzi – è stata accusata di un sacco di cose di cui molte non a torto. Principalmente di aver abdicato la propria ragion d’esistere e di essersi occupata esclusivamente di diritti civili mentre dimenticava i diritti economici e sociali. Come se esistesse una gerarchia e come se quelli economici risolvessero d’incanto tutte le contraddizioni degli altri. Nel magma di questo dibattito, le critiche provenienti ‘da sinistra’ e da chi anche su questi temi ha fatto una scissione di partito si sono andate via via saldando con le posizioni del M5S, tanto che nel momento in cui si è chiuso il dialogo fra PD e M5S Di Maio ha usato le stesse parole di Stefano Fassina.

Ma quello che è successo a Vibo Valentia in che ‘scatola’ lo mettiamo? L’uccisione di un attivista sindacale migrante nero va in quale quota di diritti?

Il popolo di cui si parla in questi giorni, quello che si è espresso col voto e che vuole a gran voce il cambiamento, quel popolo che il neo Ministro del Lavoro dice di rappresentare ha un colore? Di che colore è il popolo italiano? E la sinistra sovranista italiana che invoca il ritorno allo stato-nazione con la consueta contrapposizione fra Europa e democrazia immagina di essere il portavoce di una classe lavoratrice di nativi ‘bianchi’?

Forse varrebbe la pena ricominciare da qui la ricomposizione dei vari pezzi della sinistra italiana, portando il dibattito in parlamento e nelle sezioni di partito, magari anche con il banalissimo strumento dell’interrogazione parlamentare. Ne è stata presentata una oggi, non a caso da un deputato eletto all’estero: un ‘migrante’.