Quei cattivoni dei poteri forti e la crisi della politica


Al mantra del ‘non esiste più la destra e la sinistra’ in queste ore violente per le istituzioni italiane (leggasi dunque aggressive anche ‘per la democrazia italiana’) si è andato affiancando un altro slogan tanto superficiale quanto efficace: i poteri forti.

Su quanto sia ideologico sostenere che non esiste più l’ideologia rimandiamo alla lettura di intere biblioteche dedicate a questo tema. Qui basti riassumere la questione in alcuni semplici passaggi: chi ha già tentato in passato di spacciare come il vento del cambiamento il superamento della distinzione destra/sinistra alla fine si è dimostrato proprio essere di destra estrema. Uno di questi stava in Italia negli anni fra la prima e la seconda guerra mondiale. Poi, sulle applicazioni di questa tesi fuori dall’Europa, rimandiamo a future ulteriori 7 righe. Sta di fatto, comunque, che alla fine l’obiettivo principale rimaneva quello di ‘fregare’ il pensiero progressista e socialdemocratico – qualsiasi cosa significhi questa idea, e rimandiamo anche questo a futuri post. Chi ci ha rimesso sempre e comunque sono stati quelli che stavano nel gradino più basso della piramide sociale.

I non meglio identificati poteri forti, invece, sono un oggetto molto più scivoloso. Citando qui una personalità che secondo una scuola di pensiero era a capo dei suddetti – Giulio Andreotti – nella storia d’Italia, guerre puniche a parte, i poteri forti sono stati incolpati di tutto.

Limitandosi soltanto alla storia recente, e per farla breve, quei perfidi dei poteri forti hanno bloccato la rivoluzione socialista della Resistenza italiana nel 1948 truccando le famose elezioni e poi si sono sempre impicciati della vita politica nazionale indirizzandola nei momenti più drammatici dal caso Moro al terrorismo nero, dai tentativi di golpe a tangentopoli (versione ‘di sinistra’). La versione ‘di destra’ si concentra principalmente sulle varie teorie del complotto – e qui purtroppo antisemitismo e becero anticomunismo sono protagonisti – o sull’ingerenza dei paesi confinanti. L’ultima versione del ‘crucco cattivo e degli italiani brava gente’ la abbiamo vista negli ultimi giorni.

Sarebbe curioso ricostruire come si è evoluto il discorso sui poteri forti, per dire, dalla nascita del Regno d’Italia (e lì c’era qualche ‘potere’ che voleva bloccare l’unificazione nazionale nel 1860, e stava a Roma) sino a oggi. Potrebbe essere un tema su cui farci un bel convegno. Magari il primo convegno degli amici de La Quarta Repubblica.

Non ci interessa qui indicare gli elementi condivisibili alla base di entrambe le banalizzazioni. Esistono stuoli di studiosi che ci hanno lavorato e prodotto risultati indicando, quando possibile, i nomi di individui, associazioni, gruppi sociali e dinamiche di potere responsabili di determinate azioni ricostruite attraverso ben precisate fonti. Ma questo è un altro discorso. È appunto il lavoro degli storici.

Quello che vogliamo rilevare ora, nel turbinio di questa crisi politica è che entrambe le versioni dell’ingerenza dei poteri forti oggi si trovano d’accordo su un punto: le élites finanziarie e le banche sono i cattivi, e stanno tutti a Bruxelles. Per la teoria dei vasi comunicanti, dunque, se continui a rimanere europeista, allora sei ‘connivente’.

Che al bar della piazza ci si parli e ci si accenda su discussioni di questo tipo lo si può comprendere e forse anche accettare. Che una parte della classe politica e un cospicuo grupposcolo di commentatori e intellettuali seguano questa linea interpretativa, a noi piacerebbe di no. Sogniamo un mondo dove si possa parlare di politiche di austerity indotte da una visione miope dell’UE e di euro senza essere accusati di tradimento della patria (o della classe operaia).

Perché a furia di urlare che è sempre colpa di un corpo esterno, non manovrabile o riformabile, inafferrabile e mai chiaramente identificato, a forza di ipersemplificare la complessità politica e banalizzare le posizioni che non si condividono, alla fine si rischia di non riuscire ad immaginare una azione politica alternativa che non sia appunto soltanto urlare concetti svuotati e utilizzati a-storicamente. Si alimenta la stessa antipolitica che si intende contrastare. E forse, si rischia di confermare quello che si diceva all’inizio sull’ideologia della fine delle ideologie.