L’Italia è ancora una repubblica democratica (e rappresentativa).


Alcuni passaggi andrebbero fermati, bloccati nella riflessione per comprenderli meglio, prima che comincino a correre veloci verso direzioni diverse e pericolose. Andrebbero fissati per capire i veri motivi per cui si è deciso di stare da una parte e non dall’altra. Questo è uno di quei momenti. È il momento di scegliere.

La grave crisi costituzionale in cui ci troviamo è cominciata ben prima di ieri, ben prima del discorso in cui il presidente Mattarella ci informava che nemmeno questa volta ci sarebbe stato un governo, ma che questa volta la responsabilità era sua. Quanto costituzionalmente legittima sia stata questa curvatura presidenziale fatta da Mattarella non è il vero nodo da districare. Il presidente della Repubblica è consapevole del proprio atto, sorretto da precedenti, alcuni lontani come durante la presidenza Gronchi, altri molto più recenti con Ciampi e Napolitano.


Ora, tutti siamo corsi a dare la nostra personale interpretazione di questo passaggio costituzionale. Una intera nazione di esperti su Facebook. Ed è giusto che sia così: la Carta Costituzionale è di tutti.

Cosa diversa invece, purtroppo, sono le interpretazioni circa i motivi di questo presunto golpe che vanno dalle ingerenze della finanza mondiale e delle elite capitaliste giù, giù fino all’uso di espressioni ormai dimenticate come ‘diktat tedesco’, o l’Italia ‘colonia di Bruxelles’. Sarebbe troppo facile indicare le prime come interpretazioni di sinistra e le seconde come miope nazionalismo destrorso. Qui purtroppo è tutto più complicato.

Al centro c’è il presunto ‘tradimento del popolo italiano’.

Ormai non si usa più nemmeno la categoria di ‘volontà popolare’, che avrebbe un certo senso. L’iper-semplificazione del discorso populista italiano rifiuta ormai di immaginare la comunità politica come un confronto fra parti che si esprime in parlamento attraverso le regole formali della democrazia rappresentativa. Che prevede che la decisione di appartenere alla Comunità europea e alla moneta unica non sia ridiscussa attraverso una nomina di un ministro e, cosa molto più importante, questione che non era parte della campagna elettorale e nemmeno del fantomatico e ormai inutile ‘contratto di governo’. È questo il vero motivo dello scontro. Ed è su questo che il presidente Mattarella ha messo se stesso sulla linea di fuoco.

Lo scontro sulle prerogative del presidente della Repubblica non è la prima volta che accade nella storia repubblicana. Senza andare indietro a momenti terribili come il luglio 1960, quello che drammaticamente spicca oggi, è una sinistra divisa – ma questa non è una novità – che nonostante gli sforzi sembra incapace di farsi sentire. Questo non è un buon segnale.

Il PD, rimandando il proprio congresso si è ‘messo in convalescenza’ e, nonostante appelli e richiami alla mobilitazione, rimane in secondo piano, sembra quasi incapace di organizzarsi. L’altra sinistra, invece, lascia trapelare una certa fascinazione per le parole populiste. Il sindacato per il momento, a parte un comunicato che sa di muffa di scantinato, sembra rimanere in attesa.

L’assenza di un fronte compatto a sinistra a sostegno del presidente della Repubblica, della Costituzione e della democrazia rappresentativa è la vera novità di questa crisi costituzionale. Ed è la prima volta nella storia repubblicana.