‘Fare opposizione’ non è peccato


Non spostiamo la nostra attenzione dalla questione vera.

In queste ore convulse – almeno per gli appassionati del genere – quello che sta accadendo dentro e attorno al PD, per parafrasare Ennio Flaiano, è grave ma non serio. Alla mattanza interna al partito, o almeno a quello che rimane del PD, si somma un coro di voci critiche più o meno interessate che offrono le più svariate soluzioni. Tutti hanno una opinione su cosa dovrebbe fare il PD, persino Iva Zanicchi. Tutti tranne, forse, lo stesso PD.

La possibile convergenza fra PD e M5S sui ‘temi’, se vogliamo usare il vernacolo di Di Maio anche se noi preferiremmo continuare a usare il vecchio termine ‘politica’, sembra tuttavia ormai fuori gioco. Il M5S ha già ripreso il linguaggio dello scontro e si prepara per le prossime elezioni. La vera domanda è se riprenderà tutti i suoi cavalli di battaglia facendo le ennesime virate contro l’euro e la questione dei migranti. Già di abolizione dei vitalizi pare non se parli più tanto; e la stessa fantomatica regola del divieto dei due mandati sembra ora che possa essere in un qualche modo se non superata, aggirata.

Quindi quello che accadrà oggi nella direzione del partito non è tanto una discussione se confrontarsi col M5S oppure no, ma piuttosto la battaglia finale interna, l’atto forse conclusivo di uno scontro che dura da molto tempo e in cui ne rimarrà soltanto uno.

Nella polemica sulla possibile convergenza per la formazione di un governo sta accadendo tuttavia qualcosa di nuovo e diverso. E secondo noi particolarmente dannoso. Il dibattito è avvenuto in sostanza su Twitter e con qualche ospitata televisiva (come chiamarla se non in questo modo?) e, anche per questo motivo, le posizioni si sono così semplificate che, da un certo punto di vista, la direzione di oggi sembra essere soltanto una semplice conta. In questa banalizzazione non è tanto la natura del possibile accordo fra le due forze politiche a essere passata al setaccio e neppure quanto i due partiti siano incompatibili. Nemmeno se possano convivere le visioni di democrazia e funzionamento delle istituzioni. Noi pensiamo assolutamente di no. Ma non sembra neppure essere questo il cuore della battaglia.

Nella mischia fra antirenziani e renziani quello che sta passando invece è che il ‘fare opposizione’ sia una sorta di tradimento del mandato elettorale per i primi e una rivendicazione di leadership per i secondi. Sembra quasi che stia tornando la più stantia visione paternalista della politica rappresentativa, quella per intenderci che considerava il conflitto politico una sorta di peccato d’origine, da evitare e che non a caso aveva contraddistinto tutto il regno democristiano della cosiddetta prima repubblica.

In più, il fondamentale concetto di ‘fare opposizione’ che è un elemento imprescindibile di qualsiasi istituzione democratica sta subendo una sorta di traslitterazione concettuale e viene usato come sinonimo di renzismo. Ma se quello che ci aspetta nei prossimi mesi sarà di nuovo un interminabile dibattito su quale tipo di modello elettorale assumere e quale nuova legge elettorale varare, avere ben chiaro che maggioranza e opposizione sono due aspetti fondanti del funzionamento di una democrazia crediamo sia decisivo. ‘Fare opposizione’ non è peccato.