È la volta dell’internazionale sovranista?

 

di Marta Lorimer (LSE) @_mlorimer  


Le elezioni europee di maggio 2019 sono già viste da molti come un momento di cambiamento negli equilibri continentali. Mentre il Partito Popolare Europeo (PPE) e i Socialisti (PSE) sono dati in calo, i partiti delle varie galassie della destra radicale europea sembrano avere il vento in poppa.

Negli ultimi mesi, i giornali italiani e internazionali hanno cominciato a prestare più attenzione ai loro movimenti, occupandosi soprattutto dei tentativi di creare una nuova ‘internazionale nazionalista’. In particolare, molti hanno notato gli sforzi di Matteo Salvini per stabilire una rete di partiti che condividendo idee e progetti possano poi confluire in un gruppo politico sovranista all’interno del parlamento Europeo. Queste manovre sono state interpretate come un assurdo tentativo di unificazione da parte di gruppi nazionalisti: una contraddizione in sé. Questa valutazione non è, tuttavia, del tutto esatta.

credits @laurenscerulus

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Di Maio, la sinistra, l’imperialismo: storia di un corto circuito

 

Abbiamo ricevuto e, dopo un confronto in redazione, deciso di pubblicare questo articolo di Gianluca. Si tratta di riflessioni personali le quali non coincidono con la linea critica e le analisi di questo blog. Siamo tuttavia convinti che soltanto il confronto fra le diverse interpretazioni delle aporie della società che ci circonda e la sintesi fra le differenti risposte progressiste potrà condurre a un vero cambiamento.

Vi invitiamo dunque a mandarci commenti e risposte ai problemi che Gianluca solleva qui. Vogliamo aprire un dibattito e lo vogliamo fare senza chiuderci nella confortevolezza delle nostre ‘sette’.   

Scrivete a: info@laquartarepubblica.it


di Gianluca Fantoni (Nottingham Trent University) @gianlucafanton4 

Quando Di Maio ha attaccato la Francia sulla storia del Franco CFA (poi seguito da Salvini) è accaduta una cosa strana. I miei contatti sui social media – tutta gente di sinistra, tutti intellettuali, tutti coerentemente schierati dalla trincea di Facebook, contro il governo in carica – sono diventati all’improvviso muti. Niente post indignati, niente ‘mi vergogno’, niente meme, niente frizzi e lazzi. Qualcuno ha freneticamente setacciato il web alla ricerca di un qualche opinionista, almeno un pochino di sinistra, che avesse scritto qualcosa a favore di questa moneta. Ma c’era poco là fuori. Alla fine, i più hanno optato per un nient’affatto dignitoso silenzio.

Il problema è il cortocircuito mentale che le frasi di Di Maio hanno provocato in molti di noi. Ci siamo ricordati tutto d’un colpo che c’era una volta l’imperialismo, e che la sinistra, per esempio il PCI di Berlinguer, lo contrastava; era uno dei pilastri della sua politica estera. Molti di noi sono abbastanza vecchi da ricordarsi le ultime marce anti-imperialiste che la sinistra italiana variamente intesa mise su, quelle per il Nicaragua sandinista. I miei mi portarono a vedere Daniel Ortega a Roma, parlava in spagnolo e capivo poco, ma tutti applaudivano come se fosse una rock star, e me ne andai contento.

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Lino Banfi e la caciara

 

di Marta Musso (King’s College, University of London) @martamusso  


La nomina di Lino Banfi alla Commissione Italiana per l’Unesco ha provocato ieri un’ondata di risate e di indignazione. Le risate per l’accostamento tra l’Allenatore nel pallone e il più alto organo di protezione del patrimonio culturale mondiale vengono facili – del resto, come ha dichiarato lo stesso Banfi, lo scopo della sua nomina era di portare un sorriso in sede Unesco. Si capisce meno l’ondata di indignazione che ha accompagnato questa nomina, che al di là della nota di costume sconfina nella non-notizia: prima di tutto, pare che il ruolo sia puramente simbolico.

La Repubblica

 

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I capricci di Matteo Salvini

 

Inauguriamo oggi un nuovo spazio di critica.

Un po’ stanchi di ripetere sempre le stesse cose e di vedere il precipizio avvicinarsi, abbiamo deciso di archiviare le parole e dare spazio invece all’immagine.

Prendendo spunto da Los Capricios di Goya @FrancescaNeri.studio ci spinge a guardare all’oggi con gli stessi occhi del grande pittore spagnolo: contro la superstizione e l’irrazionalitá, l’ignoranza e l’intolleranza, il razzismo e l’oscurantismo.

Si dipinge col cervello e non con le mani (Michelangelo Buonarroti)

 

 

Sempre i soliti esterofili …


Ci eravamo lasciati l’anno scorso coi gilets jaunes e inauguriamo il nuovo anno de laquartarepubblica.it con i gilet gialli (versione italiota) sui quali, questa la novità, Luigi Di Maio spera di appiccicarci le sue cinque stelle. Del resto, il colore giallo, sempre quello è.

La ratio dell’appello fatto al movimento di protesta francese che negli ultimi mesi sta agitando il paese, e in alcuni casi con episodi di violenza ingiustificabili, è chiara. Forse, più che un tentativo di creare un fronte comune per le prossime elezioni europee, come è stato interpretato – in questo caso non va dimenticato che andrebbe individuato un referente che al momento non sembra esserci – a noi pare al contrario un tentativo di opporre alle ruspe e ai forconi di Salvini una versione à la française della protesta, più cittadina e gauche e dall’aura nostalgica sessantottina come la si vede nei film, allo scopo di reintegrare quell’immagine populista ‘di sinistra’ ormai persa. Una strategia elettorale tutta interna, insomma.

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Trumpismo e gilets jaunes

 

di Mario Del Pero (SciencesPo, Parigi) @mariodelpero.5


Colpiscono, per chi si occupa di Stati Uniti, le analogie e le differenze tra l’assalto alle élite che portò all’elezione di Trump e quello in corso contro Macron, tra trumpismo e gilets jaunes, per dirla un po’ grossolanamente.

Perché si parla di rivolta di un ceto medio impoverito e contro forme di diseguaglianza fattesi intollerabili, ma è una sintesi, questa, al meglio parziale e al peggio fuorviante.

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Fra ‘fascisti liberali’ e ‘sovranisti socialisti’ riprendiamoci il senso storico delle parole


La ricerca di nuove definizioni politiche è una delle specializzazioni della politica italiana. Esistono sempre o un neologismo, preso spesso all’estero, o un’espressione storica appiccicata acriticamente al nostro tempo utilizzati per segnalare il tasso di novità e di modernità dell’ultimo leader o dell’ultimo progetto: da ‘rottamare’ ai ‘giovani turchi’, da ‘rivoluzione liberale’ a ‘uno vale uno’, da ‘narrazione egemonica’ al ‘diritto alla felicità’, ultimo questo, in ordine di tempo, riapparso sabato scorso all’Assemblea del PD, rubato dal frasario standard del berlusconismo delle origini e che a sua volta aveva già traslocato nel linguaggio dei primi ‘cinquestelle’. Forse anche per questo motivo – tutto così sterilizzato fra chi ricorda meglio le ultime iperbole della lingua – che secondo Youtrend il 35% degli italiani non parla mai di politica. Un dato che tutto sommato spiegherebbe la tendenza in crescita di chi decide di non esprimersi alle elezioni.

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2018, Marcia su Predappio: facciamo il punto

 

di Mirco Carrattieri (Istoreco – Museo di Montefiorino)@carrattieri 


Come ogni 28 ottobre da molti anni a questa parte Predappio, la cittadina romagnola che ha dato i natali a Mussolini, ha visto confluire migliaia di neofascisti per una manifestazione rievocativa della marcia su Roma del 1922. Fenomeni analoghi si svolgono anche in occasione dell’anniversario della nascita di Mussolini (29 luglio) e in quello della sua morte (28 aprile). Quest’anno alle consuete polemiche si sono aggiunti nuovi argomenti, derivanti da contingenze specifiche ma anche da alcune questioni generali che stanno animando il dibattito pubblico italiano negli ultimi mesi.

Giap

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Bolzano non è più un territorio ‘proibito’: la Lega di Salvini fra nazionalismo e regionalismo. Una storia già vista


di George Newth (University of Bath) @georgenewth 

Il recente successo elettorale della ‘nuova’ Lega in Alto-Adige – e in particolare a Bolzano – non solo mette in luce la mutevole identità e natura del partito di Salvini, ma anche il potenziale declino del regionalismo. La Lega nazionalista è stata infatti in grado di infastidire un attore politico etno-regionalista come il SVP. Il regionalismo dunque rischia di diventare una forza spenta in una delle zone di confine d’Italia? I recenti risultati lo lasciano presupporre.

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